- 15:00 - 18:00
- Online su Microsoft Teams e in presenza : Aula Mondolfo, Via Zamboni 38, Bologna
- Società e cultura In italiano
Per partecipare
Ingresso libero
Programma
Secondo incontro
- Carlo Andrea Tassinari: Ventriloqui e portavoce. Forme del pluralismo democratico
- Luigi Lobaccaro: L’idiòtes e la psichiatria democratica: dalla polis al manicomio e ritorno
Premessa
Mai come oggi viviamo la dissonanza cognitiva di constatare l’erosione di un patrimonio democratico, confidando, allo stesso tempo, di saper ancora costruire e fare affidamento su diversi presidi di democrazia. Probabilmente, il doppio significato di emergenza – il palesarsi del nuovo e la crisi dell’esistente – definisce bene il nostro momento storico e ci richiede una certa saggezza nel saper trasformare il possibile sbocco nefasto di pericoli imminenti in mobilitazioni decisive. L’iniziativa di questo seminario si fonda sull’idea che vada indagata l’articolazione tra, da una parte, una disamina dello stato emergenziale delle nostre democrazie e, dall’altra, una fenomenologia di tutte quelle pratiche democratiche che sanno ancora sbocciare inattese, con le loro differenziate sensibilità. L’idea è quella di preparare il
terreno per un possibile apporto della riflessione semiotica su queste condizioni emergenziali delle nostre vulnerabili democrazie
Testo introduttivo
Nella tradizione filosofica contemporanea la democrazia è stata innanzitutto vista come una serie di istituzioni formali in cui i ruoli attanziali sono più importanti degli attori che di volta in volta li incarnano (Habermas 1992). L’aspetto semiotico e strutturalista di questa idea dà forma a molte analisi che sono state centrali nella tradizione semiotica, come ad esempio quella di Umberto Eco (1978) sulle Brigate Rosse e il rapimento Moro, che della democrazia faceva il tessuto di relazioni da disarticolare.
Il tessuto connettivo della democrazia mostra qualcosa che va al di là della sua efficienza istituzionale: si tratta del riconoscimento reciproco dei rispettivi diritti e dell’implicazione comune in un’eredità culturale condivisa, oltre che in una serie di finalità elettive che oltrepassano gli interessi dei membri già associati. Ciò si traduce in una responsabilità distribuita ed estensiva.
Tuttavia, nel momento in cui si aggiunge a questa dimensione elastica del comune la visione di una democrazia attenta alla piena realizzazione di ciascuno, non può che emergere l’idea che essa sia correlata, se non proprio fondata, sull’idea di “merito”. Ma quest’ultimo è potuto assurgere a vero obiettivo polemico di molto antagonismo del passato alla luce del principio “nessuno resti indietro”. Di fatto, al merito di incarnare esemplarmente certi ruoli si affianca contraddittoriamente anche il merito come principio di esclusione: per esempio, i musei democraticamente aperti a tutti sono anche quelli che decretano che non tutti possono pretendere di entrarvi in quanto artisti. Vista semioticamente, la democrazia può allora essere colta come una serie di dispositivi che, da un lato, spingono verso procedure di equità e, dall’altro, caldeggiano il riconoscimento dei talenti individuali? E quali paradossi si creano allora in una democrazia dai meriti differenziali? Da qui alcuni principi di fuga da queste
contraddizioni, come quello di Bobbio (1985) secondo cui la democrazia dovrebbe sovraintendere unicamente alla tutela dell’esercizio delle libertà contro poteri autoritari.
Dal punto di vista diacronico, le forme di democrazia, tanto nei loro aspetti istituzionali quanto nei valori che le sorreggono, sono il risultato di traiettorie e di traduzioni storicoculturali differenti. Queste divergenze emergono anche se ci si limita a osservare il solo mondo occidentale, tante sono state infatti le complesse e spesso precarie articolazioni tra forma di governo e ruolo giocato dal popolo (Canfora 2004, Butti de Lima 2019, Bonazzi 2017). Così, alle chiare discontinuità che hanno visto il brusco riemergere di poteri autoritari, si devono integrare anche gli slittamenti e le anamorfosi progressive dei processi democratici, dipendenti anche dalle mediazioni tecnologiche disponibili. È il caso delle piattaforme digitali, le quali regolano l’accesso al sapere e, quindi, contribuiscono all’emergere di nuove forme contemporanee tanto del potere quanto dell’emancipazione.
Questo apre a una domanda importante: perché la democrazia fatica a essere praticata nella dialettica tra Gemeinschaft (comunità spontanea) e Gesellschaft (società formale) (Tönnies 1887)? Ciò significa forse che le comunità spontanee, non istituzionalizzate e organizzate in modo essenzialmente bottom-up, non hanno potere? La democrazia troverebbe così senso solo nella legge e nel sistema di deleghe? Seppure si sostenga che «in una democrazia, i destinatari della legge ne sono anche gli autori» (Habermas 1996, tr. it. pp. 253-254), resta ancora da descrivere tanto lo sviluppo effettivo di possibili conciliazioni tra le forze della socialità formale e quelle delle comunità sempre emergenti, quanto le possibili traduzioni tra l’una e l’altra, con la creazione in parallelo di nuove istituzioni (Esposito 2020; 2023) e di nuove forme di comunità (Rodotà 2019).
Una certa disillusione filosofica che caratterizza il presente concerne tanto la reale contrapposizione al centralismo dei governi (il popolo davvero esercita il potere?), quanto l’eventuale ideale di una demosofia, di un “pensiero del popolo”. Ulteriori disillusioni sono connesse all’idea (e a una certa retorica) della “partecipazione” (bilanci partecipativi, arte partecipativa, etc.) in cui l’inclusione e la condivisione del potere sono state radicalmente asimmetriche, visto che chi gestiva il potere ammetteva alcuni esclusi innanzitutto per immunizzare il sistema, di fatto escludendo tutti quelli che reclamavano un reale potere per cambiarne le regole. Proprio recentemente, probabilmente osservando una società sempre più attraversata dalle mediazioni digitali e dall’IA, Jean-Luc Nancy (2020) ha scritto: «Da un lato il demos sembra aver smarrito tutto ciò che poteva dargli forma e consistenza. Dall’altro la sophia sembra trasferita verso un computo generale di algoritmi».
Entrambe le polarità sarebbero quindi state decostruite, e il pensiero stesso di una democrazia destituito. Pare quasi che la democrazia rappresentativa non andrebbe più contrapposta ad altre forme di governo: la demosofia si oppone oramai a una specie d’irriflessione popolare che comporta una delega ancor più radicale: quella del proprio pensare. E ci riferiamo non solo al pensiero in quanto atto individuale, ma anche in quanto atto collettivo: di fatto, la reificazione del sapere tramandato nei big data ci dispensa dal compito di prenderci cura di ciò che abbiamo ereditato (cfr. Hoang & Fourquet 2024). La crisi del “mettersi assieme” (etimologia di popolo), della federazione dell’essere-con (nell’accezione di Nancy) sarebbe endemica, almeno in Occidente, per via di un consenso fondato su calcoli individuali d’interesse e di un’agentività slegata dal contributo alla socializzazione della conoscenza e alla tutela di un patrimonio comune.
Questa emergenza demosofica può naturalmente allertare, ma può anche renderci sensibili alla ricostruzione volontaria o all’insorgenza spontanea di forme di pensiero del collettivo e per il collettivo. La crisi ecologica è senza dubbio una delle principali fonti di una rialimentazione di una demosofia, che ci consente di misurare al contempo tutta la distanza che separa questo pensiero dal potere delle democrazie formali, sempre più fondate su interessi di parte (Latour & Schultz 2022).
Accanto a nuove Gemeinschaften, formatesi attorno a reali emergenze che reinnestano e ridistribuiscono diritti e responsabilità, dobbiamo anche registrare il cospicuo numero di aggregazioni (gruppi di fan, accoliti, comunità d’interessi) che stanno nascendo attorno alla letteratura artificiale, ad “artisti fantasma”, a interessi che non hanno nemmeno più bisogno di accreditarsi come “esistenziali”. Visto che l’IA offre contenuti per rigenerazione statistica della memoria culturale, l’accesso a significati condivisi non ha più bisogno di un radicamento nell’esperienza che lega l’individuale al collettivo; e questa delega macchinica si appaia a quella complementare, ma più storicizzata, che vuole il popolo ridotto alla propria rappresentazione demoscopica.
Essere portatori di senso – in quanto testi o in quanto autori responsabili della propria parola – non si pone più come il quadro paradigmatico prevalente del divenire sociale. L’idea stessa di significato non pare più essere legata a dei formati in cui vi è piena assunzione del proprio detto (rivendicazioni) e sembra venire meno quella doppia responsabilità che passa sia per la mediazione del piano dell’espressione scelto rispetto ai valori da asserire (stile, tono, ecc.), sia per l’immagine di sé che deve precisare la propria posizione rispetto a quanto enunciato (ethos). Il formato semantico che ci offre l’IA pare avvicinarsi piuttosto a quello della percezione: il significato è già “contingentato” in un ambiente (nel senso di “regolato”, sottoposto a limiti, ma anche nell’accezione di “dispiegato contingentemente”, in modo
irriproducibile, almeno tale e quale). O meglio, il significato è “contenuto disponibile”, nel senso in cui Netflix vende dei contenuti o molti nostri ragazzi fanno di lavoro i “content creator”, disponibili su varie piattaforme. Nel panta rei dell’IA non ci sono che “variotipie”, famisegni (Peirce), famiglie di trasformazioni che non hanno motivi di deviare troppo, se non per offrire appunto piccole variazioni distintive in cerca della loro adozione. Il significato diventa affordance, congruenza a un’intenzionalità che si forgia vedendo la forma semiotica già bell’e pronta. Oppure diventa “tipo”, sancendo la vittoria dell’esperienza frequente. Ciò rivela delle analogie con quello che viene definito «mercato dei comportamenti futuri» (Zuboff 2019) e che interroga la semantica delle scelte.
In questo quadro problematico, in cui i processi collettivi e di pensiero sono stati trasferiti in un altro ambiente di riferimento, che ne è della trasparenza democratica e dei programmi di progettazione partecipata, baluardi recenti di un appello a rendere la democrazia meno astratta e procedurale (Rancière 2005)? Il senso civico è ancora compatibile con una «politica espressivista» che reclama «una società nella quale non vi è nulla che impedisca all’individuo di farsi intendere o di mettersi in mostra» (Descombes 2007, p. 223)? E come evolve questa politica espressivista, una volta che tale protensione a esistere comunicativamente si può tacitamente basare sugli attingimenti “democratici” alle IA generative e non più su competenze personali?
Può sopravvivere oggi una democrazia definita solo dalla sua ossatura formale e spesso aggirata da «stati d’eccezione» che adducono la necessità di riunificare i differenti poteri (legislativo, esecutivo e giudiziario)? Può resistere all’insegna di una semplice democratizzazione degli accessi alle informazioni, secondo il primo paradigma del
postmodernismo (Lyotard 1979)? O essa deve invece ambire ad essere anche telocrazia (de Jouvenel 1976, pp. 296-300), al punto da stimolare l’emergere dal basso (ossia da comunità sensibili) di nuovi obiettivi a medio e a lungo termine?
In un’epoca dominata dall’“economia del consenso”, qual è il senso del nostro dibattere sulle nostre democrazie? E su cosa verte oggi il senso del vivere democraticamente? In una fenomenologia delle forme d’emergenza democratica, possiamo distinguere, con opportune analisi di corpora, delle formazioni discorsive “realiste” – se non ciniche – per cui parlare di democrazia è oramai un nonsense (Luhmann 1971), da altre formazioni discorsive in cui la democrazia resta l’utopia di una partecipazione decisionale dal basso. Ma questi opposti schieramenti hanno anche praticato una critica spietata gli uni contro gli altri, tanto che è senz’altro interessante considerare gli esiti di questa decostruzione reciproca delle posizioni di partenza.
La democrazia potrà risultare anche a pezzi, frammentaria, ma si può legittimamente ricercare una “democrazia viva”, un senso di democrazia rinegoziato, praticato e tematizzato discorsivamente come aspirazione o rivendicazione. Al di là della questione del “potere”, certo ineludibile, quali sono le reti attanziali del senso civico? Sotto quali configurazioni e contraddizioni modali esso riemerge? Quali sono i dispositivi semiotici in cui la società si riconosce democraticamente come produttrice del proprio senso (Castoriadis 1998)? Come documentare la progressiva dismissione di un pensiero del collettivo e per il collettivo? Come attestare la perdita di agency cognitiva collettiva nei “regimi” semiotici digitali o più direttamente la disattivazione della soggettività democratica (Stiegler 2016)? Dove si assiste realmente a una progressiva desensibilizzazione verso le prassi democratiche, alla luce anche di una delegittimazione delle mediazioni che ne sono costitutive?
Infine, la domanda radicale che vorremmo porci è la seguente: se prendiamo la formulazione di Greimas, secondo cui la semiotica è il provare a dire qualcosa di sensato sul senso, si può praticarla senza relazionarla alle forme con cui pensiamo i modi per socializzare il senso, per eleggerlo a pensiero del collettivo per il collettivo?
Sarebbe inutile nascondere la grande portata di tali questioni e le difficoltà insite in una descrizione delle forme della democrazia che necessariamente deve passare attraverso i suoi sofisticati contrappesi e far fronte a non pochi paradossi (unificazione e delega, diritto e libertà, uguaglianza e meritocrazia). Se vi sono già contributi semiotici che hanno provato ad affrontare tali quesiti, essi sono dispersi e rapsodici e perciò l’ascolto di ciò che ci proviene dalle altre discipline ci pare la giusta postura iniziale per cominciare i lavori di questo seminario sulle forme emergenti della democrazia.
Assi tematici
(i) Evoluzione, trasformazione e traduzione dei processi e delle forme della democrazia
(ii) Dialettica tra comunità dal basso e istituzionalizzazione formale nella costruzione e nella moltiplicazione delle forme democratiche
(iii) Strategie discorsive e normatività della legittimazione democratica, con particolare attenzione alla costruzione e alla retorica della partecipazione
(iv) Sintomatologie della crisi democratica: tra anomia e autocrazia
(v) Sistemi di deleghe, accountability e impegno civile
(vi) Le tensioni assiologiche tra meritocrazia e pari opportunità
(vii) Manifestazioni civili e (s)proporzione dei problemi locali/globali
(viii) L’impatto dei nuovi media e dell’intelligenza artificiale sui processi democratici e sulla libera espressione dei singoli
(ix) Democrazia a bassa definizione: resistenze civili sotto regimi dispotici
(x) L’insostenibile leggerezza dell’essere democratici: forme di vita tra liberalità e presidio
Organizzazione
Il seminario avrà cadenza mensile con due interventi per sessione. A ciò si aggiungeranno delle letture critiche e delle tavole rotonde. Gli incontri saranno organizzati in modalità ibrida, con quindi possibilità di partecipazione a distanza, previa iscrizione.
Riferimenti bibliografici
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Partner
Ιnternational Centre for Cognitive Semiotics and Ecology of Meaning