Abstract
L’annoso problema italiano relativo al funzionamento dell’amministrazione della giustizia (sia civile che penale) ha registrato in questi ultimi anni un interesse sempre più intenso da parte del sistema politico e dell’opinione pubblica. Il tema è da tempo uscito dall’arena ristretta del dibattito tra giuristi per accedere al circuito mediatico-politico, in particolare per i costi economici legati alle disfunzionalità del sistema giudiziario. Anche in seguito a tale pressione esterna, legata in particolare all’azione di organismi sovranazionali a partire dal 2011 sia sul versante civilistico che penalistico, ha cominciato ad affacciarsi all’orizzonte della cultura giuridica interna quella nozione di New Public Management che aveva preso piede in altri settori della Pubblica Amministrazione sin dalle prime avvisaglie della crisi fiscale del Welfare state nel corso degli anni ’90 del secolo scorso. Si tratta di primi timidi tentativi di introdurre elementi di efficienza e di superamento della cultura professionale delle burocrazie pubbliche che si sono peraltro subito scontrati con un elemento caratterizzante la cultura giuridica egemone nell’ambito dei giuristi italiani: il formalismo fondato sulla vulgata giuspositivistica (cfr. P. Grossi). I repentini mutamenti che i fenomeni della globalizzazione economica hanno prodotto nei sistemi giuridici delle democrazie occidentali della tardo-modernità sono alla base della progressiva inadeguatezza del modello professionale del giurista-burocrate (nel caso del giudice il modello bouche de la loi, per utilizzare la vecchia ed abusata espressione di Montesquieu) che affonda le sue radici nel giuspositivismo ingenuo del XIX secolo, ma che si è mantenuto in vita, in forme rivedute e corrette, attraverso un malinteso omaggio culturale al tecnicismo giuridico. Questo atteggiamento del giurista burocrate si manifesta nella sua propensione ad isolarsi da tale contesto per evitare il pericolo di contaminare la propria decisione con elementi extra-giuridici, correndo il rischio di scivolare verso una concezione individualistica della propria professione (in un recente incontro con i giovani magistrati il Presidente Mattarella ha messo in luce tale aspetto esortandoli a “rifuggire da una visione individualistica della propria funzione che può far correre il rischio di perdere di vista la finalità della legge e l’interesse generale della collettività”). Questa esigenza della cultura giuridica interna di aprirsi a saperi extra-giuridici, tuttavia, sembra essersi concentrata quasi del tutto su quei saperi che hanno consentito di non mettere in discussione i cardini del tradizionale formalismo giuridico ed anzi di rivestirlo di una nuova patina di modernità. Si tratta di quei saperi che hanno fatto da supporto scientifico ai processi di innovazione tecnologica, di informatizzazione e di telematizzazione degli uffici giudiziari che hanno caratterizzato le riforme degli ultimi anni, principalmente nel settore civilistico, non senza qualche ripercussione anche in quello penale e dell’esecuzione penale. Il mito della cd. giustizia algoritmica, del giudice robot, ha fatto dunque la sua comparsa nel contesto della cultura giuridica interna, ma si tratta realmente di una novità o piuttosto di vecchie formule ripresentate in veste nuova per far fronte ad una richiesta di innovazione che giunge dal mondo della politica e dell’economia? FINALITA’ Nella prospettiva teorica indicata, è di estremo interesse analizzare l’impostazione e valutare le prime reazioni degli attori istituzionali rispetto al recente potenziamento del cd. Ufficio del Processo (istituito dall’art. 50 del D.L. 24 giugno 2014 n. 90) attraverso il Progetto unitario su diffusione dell’Ufficio del Processo e per l’implementazione di modelli operativi innovativi negli Uffici giudiziari per lo smaltimento dell’arretrato”. Si tratta di un progetto che mette in rilievo alcune delle questioni della cultura giuridica interna, peraltro proponendone una lettura piuttosto riduttiva e, ancora una volta, condizionata da una visione che sembra voler collegare managerialismo tecnocratico e formalismo giuridico. Sotto il primo profilo, emerge in più punti del progetto l’esigenza di proporre “un modello organizzativo collaborativo per il magistrato” che ha come implicito bersaglio proprio l’individualismo della cultura giuridica togata. Tale modello organizzativo si concretizza nell’Ufficio per il Processo “che prevede la costituzione di un gruppo di lavoro che integri, mettendole in condizione di lavorare in equipe, le diverse professionalità (giudice, cancelliere e risorse in staff) garantendo un più efficace supporto all’attività giurisdizionale al fine di aumentare ed ottimizzare la produttività del sistema”. Quali siano i compiti dei gruppi di lavoro così costituiti viene immediatamente precisato nel Progetto, ovvero “l’ottimizzazione dei processi produttivi principalmente attraverso l’abbattimento dei ‘tempi morti’ e la standardizzazione degli approcci produttivi, una più adeguata preparazione del processo con conseguente concentrazione delle attività da svolgere e la creazione di archivi giurisprudenziali e l’estrapolazione di indirizzi giurisprudenziali con conseguente aumento anche delle possibilità conciliative”. Nella descrizione di tali compiti emerge il secondo profilo culturale del Progetto: da un lato, l’ossessione managerialista sulla questione dei tempi della giustizia come unico indicatore di efficienza del sistema (illuminante in tale prospettiva l’uso del termine “smaltimento dell’arretrato” che richiama il linguaggio giornalistico di solito riservato ai rifiuti urbani), dall’altro, la concezione formalistica dell’attività interpretativa per la quale la principale attività del giudice è quella di acquisire precedenti giurisprudenziali da inserire, come punti di appoggio argomentativi, nella motivazione dei suoi provvedimenti. Il Progetto sembra inoltre indicare due strade per migliorare “l’efficienza e la qualità del sistema- Giustizia”. Per un verso, si tratta di incrementare l’innovazione tecnologica e la telematizzazione degli uffici giudiziari, sviluppando anche un sistema di raccolta di dati statistici quantitativi nella prospettiva di costruire una macchina burocratica in grado di essere monitorata in tempo reale. Per altro verso, emerge la consapevolezza dell’inadeguatezza del sistema formativo del giurista, in quanto l’obiettivo dell’incremento dell’efficienza della giustizia viene immediatamente messo in connessione con il sistema della formazione universitaria a cui viene chiesto di “adeguare l’offerta formativa alle richieste provenienti dal sistema giudiziario”. RISULTATI ATTESI La descrizione del Progetto, dunque, mostra come esso possa rappresentare un ottimo banco di prova per far emergere gli elementi caratteristici della cultura giuridica interna del nostro Paese. L’obiettivo del presente progetto di ricerca, infatti, intende indagare tale cultura giuridica alle prese con un evento che ha pochi precedenti nella Storia repubblicana attraverso il quale la tradizionale “autosufficienza culturale” del mondo giuridico (L. Ferrajoli, 1999) viene messa in pericolo da richieste di mutamento pressanti che giungono da stakeholders operanti nel campo politico ed economico. In tale prospettiva, sarà obiettivo dell’indagine descrivere come tali istanze siano state percepite e quindi reinterpretate sia dalla cultura giuridica togata, per quanto riguarda l’organizzazione giudiziaria, che da quella accademico-dottrinale, per quanto concerne l’organizzazione universitaria. L’ipotesi dunque che si tenterà di verificare con la presente ricerca è che la riforma dell’Ufficio del Processo sia stata percepita sia dal mondo accademico che da quello del sistema giudiziario attraverso una mappa concettuale caratterizzata da una cultura giuridica che ha impedito di concepire tale Ufficio sul modello più avanzato dei clerks dei paesi anglosassoni, ovvero non solamente come un supporto di tipo tecnico informatico per la ricerca dei testi normativi e dei precedenti giurisprudenziali, ma come un vero e proprio staff multidisciplinare di cui il giudice possa avvalersi per produrre decisioni consapevoli delle conseguenze sociali, economiche e culturali che esse avranno sulle politiche di governance riguardanti quello specifico settore. Si tratta evidentemente delle prime emersioni di una cultura giuridica che sia in grado di superare la figura del giurista mero tecnico del diritto, una cultura professionale più aperta alla contaminazione con saperi extra-giuridici, che la ricerca sul campo non mancherà di evidenziare nella prospettiva di un favorirne una maggiore diffusione. La ricerca si concentrerà sull’analisi delle sei proposte progettuali presentate dalle Università che insistono nelle rispettive macroaree in cui è stato suddiviso il territorio italiano. Tra l’altro, tre unità locali del presente progetto (Torino, Bologna e Bari) sono state individuate come le Università capofila per le rispettive macroaree. Per ciascuno dei progetti verranno analizzati i seguenti aspetti: a) Analisi comparata dei documenti prodotti dalle singole università per descrivere i progetti che si intendono attuare mettendone gli elementi comuni e quelli invece dissonanti, al fine di individuare l’esistenza di una cultura giuridica omogenea, o all’inverso l’emersione di culture giuridiche locali legate a variabili di matrice socioeconomico-culturali b) Attraverso interviste semi strutturate ai docenti responsabili dei progetti delle macroaree si cercherà di ricostruire le procedure con cui si sono allestiti i progetti con particolare attenzione alle competenze dei docenti coinvolti nella stesura del progetto, il livello di partecipazione a tale stesura all’interno della singola struttura dipartimentale e tra le varie università che partecipano alla cordata, il grado di coinvolgimento del sistema giudiziario locale e quelli di eventuali stakeholder
Dettagli del progetto
Responsabile scientifico: Stefania Pellegrini
Strutture Unibo coinvolte:
Dipartimento di Scienze Giuridiche
Coordinatore:
Università degli Studi di TORINO(Italy)
Contributo totale Unibo: Euro (EUR) 50.000,00
Durata del progetto in mesi: 24
Data di inizio
28/09/2023
Data di fine:
28/02/2026