Campus Ravenna

Programma del Presidente di Campus per il triennio 2022-2025

La mia formazione di geografo e l’aver svolto a Ravenna tutta la mia carriera hanno fatto sì che la mia attenzione sia sempre stata rivolta al rapporto con la città e il territorio, sia nei suoi aspetti istituzionali sia in relazione con la cittadinanza.
In questa prospettiva, ho tenuto a partecipare alla redazione del progetto di Campus (2015), di cui continuo a ritenere imprescindibili gli obiettivi; in particolare i due punti principali su cui si fonda il programma del mio mandato:

 

1. «Riconoscere ai Campus rappresentatività della comunità accademica locale, e autonomia operativa nel promuovere progetti espressione delle esigenze e peculiarità dellinsediamento locale, da sottoporre agli OO.AA».

Il Campus deve essere percepito come un «valore territoriale, locale» e non come un ospite più o meno gradito, le sue potenzialità devono essere messe in grado di svilupparsi in un dialogo effettivo con la cittadinanza e le istituzioni locali.
Come è noto, l’interdisciplinarità è cifra identitaria del nostro Campus, che ha il proprio punto di forza nella declinazione sulle tematiche del patrimonio culturale e ambientale: una identità ancor più attuale considerando la direzione intrapresa dalla revisione in corso dei settori disciplinari, una direzione che esalta ciò che nel nostro Campus è già una realtà, senza contare le tematiche green e relative alla transizione digitale, già efficacemente rimbalzate  dal dibattito politico alla progettualità scientifica delle nostre sedi ravennati. Questa realtà, già di per sé vivace e dinamica, merita di essere valorizzata e sollecitata a sviluppare il senso di comunità e le proprie potenzialità, recentemente arricchite dall’approdo nel Campus del corso di laurea di Medicina e Chirurgia. A tal fine è opportuno incrementare la partecipazione condivisa alla gestione dei grandi temi sui si articola la vita del Campus, mediante l’attivazione di deleghe specifiche, che diano alla collegialità del Consiglio fondamenta più solide, anche in vista della riforma dello Statuto. Perché la complessità delle questioni in gioco è tale da poter essere affrontata solo con un approccio cooperativo e aperto al confronto, e questo vale per tutte le componenti che strutturano il Campus.
Se infatti chi fa ricerca e insegna ha non pochi motivi per dolersi delle carenze infrastrutturali e delle modalità penalizzanti in cui svolge il proprio lavoro, il personale TA e tutto il personale di servizio a contatto con il pubblico non hanno meno motivi per rivendicare più risorse e maggiore dignità al proprio impegno nella costruzione di un ambiente davvero accogliente.

 

2. «Promuovere un intervento straordinario a supporto dei servizi agli studenti nelle sedi decentrate che parta dall'analisi dei fabbisogni e superi il criterio della spesa storica responsabile del mantenimento delle disparità tra strutture di recente avvio e strutture consolidate; lintento è di ripristinare un budget ad hoc per interventi di riequilibrio da realizzare nei Campus secondo progetti mirati».

È sempre stata una mia ferma convinzione che l’internazionalizzazione, in senso ampio, sia un valore fondante dello studio e della ricerca universitari, e la mia esperienza personale lo testimonia.
La consapevolezza della radicale differenza dell’esperienza di studio odierna rispetto a soli venti o trentaanni fa, ha però reso evidente, a mio parere, la situazione paradossale vissuta dagli studenti (stranieri e italiani) e in cui noi tutti ci troviamo a operare.
Al di là della quota consistente di pendolari (che, com’è noto, frequenta il Campus romagnolo con la posizione più svantaggiata rispetto agli altri Campus nella rete dei trasporti, e che sarebbero forse anche tentati di soggiornare se l’offerta di alloggi fosse adeguata), gli studenti residenti italiani si confrontano con una evidente carenza di alloggi, spazi e servizi, che per i loro colleghi stranieri si somma con le ovvie difficoltà di integrazione, a partire dalla stessa lingua.
Se a tutto questo si aggiunge la mescolanza estrema di tradizioni culturali e educative diverse, non è difficile rendersi conto come tale ricchezza possa rovesciarsi in una barriera di incomprensione reciproca se non viene messa in condizione di dialogare e confrontarsi al suo interno, tra gli studenti, e con la città.

Questo significa rimediare non soltanto alla cronica scarsità di spazi e alloggi, ma anche all’assenza di luoghi in cui il lavoro culturale sia ancora una pratica di socialità. Un compito che spetta alla governance del Campus.

La questione della quantità e soprattutto qualità degli spazi e dei servizi è certamente il principale problema sul quale il Campus dovrà concentrare le proprie risorse ed energie, soprattutto in considerazione delle esigenze specifiche che l’arrivo di Medicina ha posto sul piatto. Fondamentale deve però essere anche l’intento di considerare e risolvere le criticità logistiche che ogni sede del Campus si trova ad affrontare pressoché quotidianamente e che esercitano a loro volta una pressione, spesso insostenibile, sulla componente amministrativa, già alle prese con carenze di personale e un quadro burocratico che, in barba alle istanze di semplificazione, rende il lavoro di noi tutti frammentario e frenetico: in tale situazione, il tempo per la ricerca deve essere ritagliato di contrabbando, per così dire, per far fronte agli innumerevoli adempimenti amministrativi – un paradosso tra i paradossi davvero inammissibile per una istituzione universitaria.
Ma, se la cultura è cibo per la mente, e non solo un mezzo per trovare un impiego, allora non si può accettare di diventare un’università fast-food, più preoccupata e impegnata a investire energie e risorse per attrarre studenti che nel fornire loro buone ragioni non dico per restare, ma quanto meno per frequentare i nostri spazi per un tempo maggiore di quello esclusivamente dedicato alle lezioni, agli esami, e via elencando.
Siamo in una fase caratterizzata da livelli critici di disgregazione sociale, che la pandemia ha portato ad una soglia di rottura, ed è più che mai necessaria la rivalutazione del ruolo dell’Università come luogo di socialità attraverso il lavoro culturale.

Ritengo quindi imprescindibile che il ruolo propositivo del Campus, nella sua più ampia collegialità, debba manifestarsi anche nell’organizzazione e nel coordinamento di una rete di luoghi del lavoro culturale, sforzandosi di trasformare la logica degli eventi culturali in occasioni per gli studenti di vivere tali attività in senso attivo. Tale prospettiva, ne sono convinto, si arricchirebbe se vista anche in coordinamento non solo con tutti gli attori locali ma anche con gli altri Campus.

L’Università di oggi non può esimersi dal compito di costruire cittadinanza consapevole, e tale obiettivo resterà una chimera se noi non creiamo le sue condizioni di possibilità. Tra queste, ne sono convinto, un ruolo fondamentale può essere rivestito dal lavoro collettivo intorno ai luoghi del Campus, appunto, come luoghi di lavoro culturale.

Non è un compito semplice, e non è un progetto a breve termine, ma noi viviamo proprio un’epoca povera di visioni a lungo termine, e mi riesce difficile immaginare chi altri, se non l’Università, possa farsene carico.

                                                                                              Mario Neve