Bilancio di genere 2018

Aver previsto, all’interno del ciclo della performance, il Bilancio di genere con cadenza annuale ha un impatto duplice: da un lato ci mostra gli effetti del lavoro intrapreso, dall’altro ci consente di tener sotto controllo le disuguaglianze di genere che ancora caratterizzano il nostro mondo interno. Già dallo scorso anno è stato adottato, per il Bilancio, un indice UGII (University Gender Inequality Index) che consente di stimare, attraverso un unico valore, la distanza che si frappone tra la situazione di genere rilevata nell’Ateneo e l’ipotetica situazione di perfetta parità.

Tra l’edizione del 2017 e l’attuale, che rispecchia la situazione nell’anno 2018, l’indice è variato, facendo riscontrare un seppur lieve peggioramento. Se andiamo tuttavia ad analizzare, come il Bilancio fa con chiarezza, i dati disaggregati, ci rendiamo conto che questo scostamento dipende, oltre che da una generalizzata inerzia del sistema, anche dai numeri del Consiglio degli Studenti arrivato ad avere al suo interno 30 studenti e sole 9 studentesse.

Abbiamo già avuto modo di commentare, con il Consiglio stesso, tale dato, che suscita una riflessione: da un certo punto di vista il mancato bilanciamento in un organo così importante sembra riflettere un atteggiamento piuttosto comune nelle nuove generazioni, che tendono a considerare superato, perché risolto, il problema della disuguaglianza tra generi. I ragazzi e le ragazze che oggi abitano le nostre società, quantomeno quelli più coinvolti nella mobilità internazionale, sono già proiettati verso il concetto di intersezionalità tra abilità, etnie, culture, lingue, fasce d’età diverse. A questo non possiamo che guardare con ottimismo e speranza, sapendo che solo dimostrandoci sensibili a ogni singola realtà sapremo davvero costruire un mondo più equo. Ma ci corre l’obbligo di tenere gli occhi ben aperti su questo bilancio che rispecchia problemi e tendenze riscontrabili su base globale e che rendono il mondo lavorativo ancora pesantemente discriminante. Senza voler disilludere quanti, tra i giovani, pensano che le battaglie delle loro nonne e madri siano bastate a offrir loro un mondo migliore, dobbiamo ancora impegnarci da un lato per ridurre le disuguaglianze, e dall’altro per sollecitare le più giovani generazioni a un’inversione di marcia anzitutto culturale. Per raggiungere una vera uguaglianza l’impegno è richiesto agli organi decisionali dell’Ateneo, a quanti fanno parte dell’area cosiddetta STEM, nella quale la sottorappresentazione femminile è quasi allarmante, così come a quanti operano nell’area umanistico-sociale o degli studi che preparano a professioni “di cura”, ove al contrario è sottorappresentata la componente maschile.

Abbiamo dimostrato come comunità di saper correre nella ricerca, nei finanziamenti competitivi, di saperci rinnovare nella didattica, di essere capaci di aprirci con convinzione al mondo sociale e delle imprese: perché allora le resistenze al cambiamento nell’ambito delle disuguaglianze di genere sono così forti e paralizzanti? Sospetto che a frenarci siano anche stereotipi inconsci, perché invece a livello conscio siamo tutti pronti ad affermarci liberi da gabbie e preconcetti, e arrivo dunque a sollecitare tutta la comunità, e soprattutto le nuove generazioni, a un profondo cambiamento culturale. Solo così apriremo la porta a un’uguaglianza più profonda: è un passo necessario al miglioramento di questo Ateneo e del nostro Paese.

  

Francesco Ubertini
Rettore