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Diana De Ronchi

Professoressa ordinaria

Dipartimento di Scienze Biomediche e Neuromotorie

Settore scientifico disciplinare: MED/25 PSICHIATRIA

Direttrice Scuola di Specializzazione Psichiatria (DI 68/2015)

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Per ricordare sempre...

https://www.corriere.it/cronache/22_maggio_15/suo-nome-era-sara-l-identita-restituita-una-bambine-vittime-mengele-7e4ae5f2-d3c4-11ec-aac4-d5704cf08b36.shtml

"Il suo nome era Sara». L’identità restituita a una delle bambine vittime di Mengele

di Walter Veltroni

Chi conosce Bullenhuser Damm? Chi sa cosa sia? È il nome di una strada nel quartiere di Rothenburgsort ad Amburgo. In quella via c’è una scuola dell’infanzia. Siamo ora ad Auschwitz Birkenau, novembre del 1944. Nella baracca dei bambini si apre una porta. Quelle creature, colpevoli di essere ebree, smettono di parlare. La baracca dei bambini è come le altre: tavolacci di legno sui quali i bimbi dormono assiepati, acqua gelata, intorno tanta morte. L’unica differenza è data dai grotteschi disegni sul muro fatti dai segregatori che riproducono, con colori pastello, una classe di scuola elementare, per ricordare, producendo ancora più dolore, come era la vita «prima».

Sono decine i bambini, hanno età da quattro anni in su, poco in su. L’adulto sulla porta forse ha una divisa nazista, forse un camice bianco, forse tutti e due. Rivolge, più probabilmente urla, a quelle anime solitarie questa subdola, velenosa domanda: «Chi vuole rivedere la sua mamma?». Si alzano tante manine, ovviamente. Solo un diavolo cattivo può pensare una cosa così. Due bambine italiane, Tatiana e Andra Bucci, quattro e sei anni, sono state avvertite dalla responsabile della baracca che sarebbe avvenuto quello che sta accadendo. E che non dovevano credere a quella domanda, non dovevano alzare la mano. Loro lo hanno detto anche al loro cugino Sergio De Simone che aveva sette anni. Lui però non ha creduto a quel consiglio dato da bambine più piccole di lui. E quando il signore ha detto che chi voleva tornare dalla propria madre doveva mettersi in fila davanti a lui, Sergio si è staccato dalle cugine ed è andato. Voleva la sua mamma, tanto.

Quell’assassino li ha presi, erano in venti, e li ha fatti salire su un treno, l’unico che da Auschwitz sia uscito con delle persone vive a bordo. Tatiana e Andra ancora ricordano il saluto di Sergio, mentre andava via. Venti creature. Li aveva «ordinati» — d’altra parte per i nazisti ogni deportato era solo un «pezzo» e figurarsi i bambini — un altro criminale, il dottor Kurt Hessmeyer che svolgeva ricerche sulla tubercolosi e aveva bisogno di cavie umane.

Erano dieci ragazzi e dieci ragazze, avevano tra i cinque e i dodici anni, erano due francesi, due olandesi, uno slovacco, quattordici polacchi e il nostro piccolo Sergio. Li tengono nel campo di Neuengamme. Iniettano loro di tutto, in quelle ascelle bambine. Hanno febbri altissime, reazione terribili. Siamo arrivati all’aprile del 1945, gli alleati stanno avvicinandosi ad Amburgo. Allora prendono quei poveri bambini e li portano a scuola, la loro ultima scuola. Li uccidono iniettando in loro morfina. Chi sopravvive viene impiccato. Come ha raccontato un testimone, li appesero al muro «come quadri».

Dei venti bambini si è riusciti a risalire all’identità precisa di sedici. Una delle quattro vittime non identificate compariva nei registri storici con il nome di Surcis Goldinger. Di lei si sapeva solo che era arrivata ad Auschwitz il 3 agosto del 1944 con un trasporto che proveniva
da Ostrowiec, cittadina polacca. Di quella creatura si conosceva anche il numero che le avevano impresso sul piccolo braccio: A-16918. Nel database di ricerca delle vittime, al museo Yad Vashem, i deportati di Ostrowiec sono migliaia, ma non compare alcun Goldinger. Anche il nome proprio, Surcis, suona alquanto improbabile. È per questo che una signora italiana, esistono anime speciali, si è messa alla ricerca dell’identità di questa bambina. Racconta Alberta Bezzan: «Mi sono chiesta: qual è il cognome più affine foneticamente a Goldinger, che sia presente e che io stessa abbia trovato tra i deportati da Ostrowiec? La risposta è Goldfinger. E il nome proprio Surcis, seguendo il medesimo ragionamento, potrebbe essere stato Sura, un vezzeggiativo per dire Sara?

Una bambina che si chiamava Sara Goldfinger è presente su Yad Vashem, e per lei ha inviato una scheda uno zio. Questa testimonianza risale ormai a quasi sessant’anni fa, purtroppo lo zio non ne specificava l’età. Durante un soggiorno in Polonia, nell’estate 2019, mi sono recata a Ostrowiec, all’ufficio dello stato civile. Qualche settimana dopo il rientro in Italia ho ricevuto una lettera da Marek, l’impiegato comunale polacco di Ostrowiec. Mi ha scritto che purtroppo, a norma di legge, non mi poteva rivelare nulla riguardo Sara Goldfinger, nata a Ostrowiec nel 1934. Ovvero: senza dirmi niente, in realtà mi aveva svelato l’informazione più importante, l’anno di nascita».

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E così Alberta Bezzan, in costante rapporto con il Cdec — il Centro di documentazione ebraica — con Liliana Picciotto, storica della Shoah, e con la professoressa Maria Pia Bernicchia, due donne che hanno a cuore la orrenda storia dimenticata di Bullenhuser Damm, ha ricostruito l’albero genealogico della famiglia Goldfinger: «Sara Goldfinger figlia di Izak e Hadassa Minczberg aveva una sorella di nome Chava forse deportata insieme a lei o più probabilmente insieme ai genitori. Sappiamo che Izak e Hadassa furono deportati e uccisi a Treblinka nell’agosto del 1942. Sara rimase quasi certamente con uno degli zii scampati per essere catturata a fine luglio 1944 e poi deportata insieme allo zio Moses».

Storie ordinarie di famiglie ebree, in quel tempo livido e spaventoso, quando Hitler decise di sterminare un’identità e un popolo. La ricerca però non era completa. Si rivolgono a me, che di questa storia mi sono tante volte occupato, metto in comunicazione la signora Bezzan con l’ambasciatore in Polonia, Aldo Amati, persona di grande competenza e grande qualità umana. Grazie al suo intervento il Municipio di Ostrowiec rilascia il certificato di nascita di Sara. È nata nella cittadina, il 20 settembre 1933. Aveva undici anni quando Mengele la prese. Aveva undici anni quando le iniettarono ogni veleno. Aveva undici anni quando fu «appesa come un quadro». Undici anni, era una delle più grandi.

Quel cognome, Goldfinger, diventerà noto, molti anni dopo, per una storia cinematografica di spie. Per tutti gli esseri umani da ora deve diventare l’identità di quella bambina, che era uno dei piccoli militi ignoti di quella follia che è stata la Shoah. Di quella follia stupida che è la guerra. Bullenhuser Damm è dimenticata. Come lo è stata per decenni quella creatura senza nome. Ora possiamo chiamarla col suo giusto nome, Sara Goldfinger, e immaginarla.
È poco.
O forse è uno tsunami, in questo tempo di scellerata perdita di memoria.

Pubblicato il: 15 maggio 2022