1) Ontologia della realtà giuridica e metafisica del diritto
Questa è la mia linea di ricerca principale, che ho condotto negli anni e che ha portato finora alla pubblicazione di tre monografie, Pragmatica delle regole costitutive, Costituire. Uno studio di ontologia giuridica e Artefatti giuridici. Il diritto tra intenzione, storia, funzione, nonché di vari saggi in riviste nazionali e internazionali, tra cui Constitutive Rules in Context, Regolare e costituire. Sul carattere tecnico delle regole costitutive, Acceptance Is Not Enough, but Texts Alone Achieve Nothing: A Critique of Two Conceptions on Institutional Ontology, In Defence of Constitutive Rules, Six Heresies on Constitutive Rules e, più recentemente e con una impostazione più interdisciplinare, Cognitive Science and the Nature of Law e On the Cognitive Foundations of Legal Reality. Il problema di fondo è il seguente. I fenomeni istituzionali consistono di regole, esistono in virtù di regole, per certi versi impongono la conoscenza di regole. Ma com’è possibile che un intero dominio della realtà sociale, con il quale quotidianamente dobbiamo misurarci, sia costituito tramite regole? Come possono delle regole creare qualcosa, essere cioè regole costitutive? È, appunto, un problema ontologico: di ontologia delle istituzioni.
Per analizzare questo problema, adotto un approccio che si richiama per molti versi all’ontologia sociale contemporanea e ai suoi autori principali: John Searle, Raimo Tuomela, Margaret Gilbert, Michael Bratman, Philip Pettit. In più occasioni ho poi adottato i metodi e i risultati della fenomenologia della realtà giuridica offerta da Amedeo G. Conte, in particolare per chiarire la varietà delle forme di costitutività normativa e per distinguere le diverse funzioni che le regole possono svolgere nella costruzione della realtà istituzionale.
I risultati delle mie ricerche portano attualmente ad una concezione pragmaticamente orientata delle regole costitutive di istituzioni, che tende a vederle nel contesto più ampio della pratica sociale nella quale esse si inscrivono. In particolare, ho sviluppato una fenomenologia tridimensionale dei concetti istituzionali e delle entità cui essi si riferiscono, per la quale, accanto alla struttura e ai concetti istituzionali costituiti da regole che essa contiene, è necessario tematizzare da un lato il contesto assiologico e concettuale più ampio in cui tale struttura si iscrive, contesto che tipicamente determina l’esistenza di concetti meta-istituzionali, dall’altro l’attività di applicazione concreta di quella struttura, la quale determina l’esistenza di concetti para-istituzionali. Discuto questa prospettiva ad esempio in Constitutive Rules in Context, in Conceptualizing Institutions, nella voce Ontology of Law, nel saggio A Three-dimensional Ontology of Customs e, più recentemente, in Constituting Power.
In alcune ricerche ho poi mostrato come questa concezione tridimensionale delle istituzioni e dei loro concetti tipici permetta di specificare il classico “punto di vista interno” hartiano in una serie più complessa di prospettive possibili sul diritto e sulle istituzioni che lo compongono. Mostro come questo sia possibile ad esempio in Acting within and Outside an Institution e in Constitutive Rules and the Internal Point of View. Questa linea di ricerca sul punto di vista interno è stata poi ulteriormente sviluppata in prospettiva sperimentale in Alice in Wonderland: Experimental Jurisprudence on the Internal Point of View e in The Cognitive Load of an Internal Point of View over the Rule of Law dove il punto di vista interno viene indagato non soltanto come categoria teorica della filosofia del diritto, ma anche come configurazione cognitiva e pratica dei soggetti che operano entro istituzioni giuridiche.
2) Teoria delle regole costitutive
All’interno della più ampia indagine sull’ontologia della realtà giuridica, un ruolo centrale è occupato dalla teoria delle regole costitutive. Fin dai primi lavori, ho cercato di mostrare come la tradizionale distinzione tra regole regolative e regole costitutive debba essere mantenuta, ma anche profondamente rielaborata. Le regole costitutive non sono semplicemente regole che “creano” attività o entità sociali in modo automatico; esse operano invece all’interno di pratiche, presuppongono sfondi concettuali e assiologici, richiedono attività di riconoscimento, applicazione, interpretazione e stabilizzazione.
Questa prospettiva è stata sviluppata in modo sistematico in Pragmatica delle regole costitutive e in Costituire. Uno studio di ontologia giuridica, e successivamente in saggi come Constitutive Rules in Context, Regolare e costituire. Sul carattere tecnico delle regole costitutive, Six Heresies on Constitutive Rules e In Defence of Constitutive Rules. In questi lavori ho sostenuto, da un lato, che le regole costitutive sono indispensabili per comprendere la struttura delle istituzioni giuridiche; dall’altro, che esse non vanno intese in senso meramente formalistico o testuale. Né l’accettazione sociale da sola né il testo normativo da solo sono sufficienti a spiegare l’esistenza di oggetti, stati di cose e ruoli istituzionali: occorre invece considerare l’interazione tra testi, pratiche, intenzionalità collettive, funzioni e contesti di applicazione.
La difesa delle regole costitutive che ho proposto in In Defence of Constitutive Rules mira precisamente a preservare il nucleo esplicativo della nozione, rispondendo al tempo stesso ad alcune obiezioni ricorrenti nella filosofia sociale e nella teoria del diritto. In questa prospettiva, le regole costitutive non sono una formula magica capace di spiegare ogni aspetto delle istituzioni, ma restano uno strumento teorico essenziale per comprendere in che modo il diritto produca ruoli, poteri, competenze, status, atti e oggetti istituzionali.
3) Teoria del diritto come artefatto
Lo studio dell’ontologia giuridica e delle regole costitutive di concetti istituzionali mi ha poi condotto a formulare una teoria delle istituzioni giuridiche intese come artefatti immateriali, ovvero a formulare una teoria del diritto alla luce della discussione contemporanea sull’ontologia degli artefatti. Questo lavoro ha condotto ad una collaborazione proficua con Luka Burazin e Kenneth Einar Himma, con i quali ho curato il volume Law as an Artifact, pubblicato da Oxford University Press nel 2018, e The Artifactual Nature of Law, pubblicato da Edward Elgar nel 2022. Queste collettanee hanno consolidato una linea di ricerca internazionale sul diritto come artefatto, raccogliendo contributi dedicati alla possibilità di comprendere il diritto, le norme giuridiche e le istituzioni giuridiche alla luce dell’ontologia degli artefatti.
La mia specifica teoria del diritto come artefatto è stata sviluppata in una serie di saggi, tra cui Law as an Artifact: Three Questions, Legal Metaphoric Artefacts e On the Artifactual – and Natural – Character of Legal Institutions, e ha trovato formulazione sistematica nella monografia Artefatti giuridici. Il diritto tra intenzione, storia, funzione, pubblicata da Giappichelli nel 2023. Il nucleo della teoria consiste nell’idea che gli artefatti giuridici siano entità istituzionali la cui identità dipende da una combinazione di intenzione, storia e funzione. Il diritto è artefattuale perché è prodotto intenzionalmente da agenti individuali e collettivi; ma non è riducibile alla mera intenzione dei suoi creatori, poiché le istituzioni giuridiche hanno una storia, subiscono trasformazioni, incorporano funzioni e possono essere reinterpretate, modificate o riorientate all’interno di pratiche sociali complesse.
La teoria del diritto come artefatto che sostengo si basa in particolare sul concetto di “storia deliberativa”: la natura di una istituzione giuridica va cioè, in questa prospettiva, concepita in termini di proprietà storiche, ovvero come l’evoluzione da stati intenzionali collettivi originari riguardanti una determinata struttura di regole a successive re-interpretazioni e modifiche. Questa prospettiva permette di combinare l’ontologia degli artefatti e l’ontologia giuridica in modo proficuo.
4) Poteri giuridici, competenze normative e produzione del diritto
Un ulteriore sviluppo della mia ricerca recente riguarda la teoria dei poteri giuridici e delle competenze normative. Questo tema rappresenta un punto di intersezione tra ontologia giuridica, teoria delle regole costitutive e teoria del diritto come artefatto. Se il diritto è un dominio istituzionale costruito tramite regole, e se molte entità giuridiche possono essere comprese come artefatti immateriali, allora occorre chiarire in che senso il diritto attribuisca a determinati soggetti la capacità di produrre, modificare o estinguere norme, status e posizioni giuridiche, e comprendere in che modo le norme che attribuiscono questi poteri possano essere costitutive.
In questa prospettiva si colloca il saggio Constituting Power, pubblicato nel volume Legal Power and Legal Competence. In questo lavoro il problema del potere giuridico viene affrontato attraverso la lente delle regole costitutive: i poteri giuridici sono posizioni normative costituite da regole che determinano chi può produrre certi effetti giuridici, in quali condizioni e attraverso quali atti. Ma non tutte le regole attributive di poteri sono costitutive, e non tutti i poteri connessi ad una struttura istituzionale sono costituiti dalle regole di quella struttura.
5) Filosofia sperimentale del diritto: mimesi istituzionale, concetti istituzionali e istituzioni giuridiche metaforiche
La ricerca sulla natura artefattuale del diritto ha inevitabilmente aperto la mia indagine ad un problema classico della filosofia del diritto: è possibile concepire le istituzioni giuridiche, oltre che come artefatti, in qualche senso come artefatti “naturali”? Dopotutto, questa era l’originale intuizione della più antica delle concezioni filosofico-giuridiche, il giusnaturalismo: l’idea che le istituzioni giuridiche possono essere collegate con il modo in cui opera la natura, che dike può essere connessa con kosmos, l’ordine naturale. È dunque possibile che il modo in cui gli artefatti giuridici sono costruiti e concettualizzati sia connesso con il modo in cui sono concettualizzati la natura e i fenomeni fisici? C’è una connessione tra diritto e, non la natura in senso oggettivo, bensì le concezioni della natura?
Nell’affrontare questa problematica ho adottato un metodo che intendo ampliare anche ad altri problemi trattati nel mio lavoro: in particolare, ho esteso gli strumenti classici di analisi concettuale tipici della filosofia analitica del diritto ad una metodologia sperimentale, condotta con gli strumenti della psicologia cognitiva contemporanea, in collaborazione con Anna Borghi, Luca Tummolini, Luisa Lugli e altri studiosi e studiose di psicologia cognitiva e scienze cognitive. In particolare, ho esteso la metodologia tipica della cosiddetta embodied cognition, per la quale ogni forma di concettualizzazione si basa su pattern d’azione fisico-motori, ai concetti istituzionali, riformulando così la problematica sul rapporto tra concetti giuridici e concetti naturali nei termini di metafore concettuali, vale a dire di relazioni metaforiche tra diritto e natura.
Presento estesamente questa idea in Legal Metaphoric Artefacts, ma anche in How Social Institutions Can Imitate Nature. Ne mostro più nello specifico la rilevanza per il linguaggio giuridico ad esempio in Mimesi istituzionale come integrazione concettuale: una interpretazione del prestito semantico nel contesto giuridico. In due lavori di filosofia del diritto e psicologia cognitiva sperimentale pubblicati con questo gruppo di ricerca, A Marriage is an Artefact and not a Walk that We Take Together: An Experimental Study on the Categorization of Artefacts e Institutional Mimesis: An Experimental Study on the Grounding of Legal Concepts, abbiamo mostrato, da un lato, che vi sono buoni motivi per ritenere che la concettualizzazione di istituzioni giuridiche presenti profili di analogia con la concettualizzazione degli artefatti; dall’altro, che gli artefatti giuridici così concettualizzati presentano delle peculiarità rispetto agli altri concetti astratti non giuridici.
Questa linea di ricerca si è ulteriormente sviluppata nello studio dei concetti istituzionali come concetti astratti, con particolare attenzione al ruolo dell’expertise giuridica. In questa prospettiva si collocano i lavori sperimentali Is Justice Grounded? How Expertise Shapes Conceptual Representation of Institutional Concepts e Abstract Concepts and Expertise: The Case of Institutional Concepts, pubblicati rispettivamente su Psychological Research e Scientific Reports. Tali lavori mostrano come i concetti istituzionali e giuridici possano essere analizzati non solo come oggetti dell’ontologia sociale, ma anche come oggetti cognitivi, la cui rappresentazione varia in rapporto alla competenza, all’esperienza e alle pratiche di uso dei soggetti. I dati sperimentali ottenuti vengono discussi sul piano filosofico-giuridico, e connessi al concetto di “punto di vista interno” di H.L.A. Hart, in Alice in Wonderland: Experimental Jurisprudence on the Internal Point of View.
6) Scienze cognitive e natura del diritto
Un ulteriore sviluppo della mia ricerca interdisciplinare riguarda il rapporto più generale tra scienze cognitive e natura del diritto. In Cognitive Science and the Nature of Law e in The Cognitive Foundations of Legal Reality, ho cercato di mostrare come i risultati e i metodi delle scienze cognitive possano contribuire non soltanto allo studio del ragionamento giuridico o della decisione giudiziale, ma anche alla teoria generale del diritto. La tesi di fondo è che alcune questioni classiche della filosofia del diritto — che cosa siano le istituzioni giuridiche, come vengano comprese le norme, che cosa significhi adottare un punto di vista interno, come siano rappresentati concetti quali diritto, giustizia, proprietà, matrimonio o Stato — possano essere riformulate in modo più ricco se considerate anche dal punto di vista della cognizione umana.
Questo non significa sostituire l’analisi filosofico-giuridica con la psicologia sperimentale, ma integrare i due livelli, collegando l’ontologia giuridica con la teoria della cognizione, e concependo la realtà giuridica come una realtà al tempo stesso normativa, istituzionale e cognitivamente mediata.
7) Filosofia sperimentale del diritto e Stato di diritto
Una più recente articolazione della mia ricerca sperimentale riguarda il concetto di Stato di diritto. In questa linea di indagine, il problema non è soltanto chiarire il significato teorico e normativo della nozione di rule of law, ma anche comprendere quali siano le condizioni cognitive della sua comprensione, del suo uso e della sua applicazione da parte di soggetti esperti e non esperti.
Questa linea di ricerca si collega direttamente al progetto PRIN 2022 Il concetto di Stato di diritto: prospettive analitiche ed empiriche (CLEAR) e ha prodotto, tra gli altri risultati, la curatela Rule of Law: In Books, in Minds, pubblicata nel 2026, e l’articolo The Cognitive Load of an Internal Point of View over the Rule of Law, scritto con Marco Brigaglia, Andrej Kristan, Luisa Lugli, Natalia Scavuzzo, Arianna Rossi, Fabio Ruwett e Glenn De Muynck.
In questa prospettiva, il concetto di Stato di diritto viene affrontato a partire da due dimensioni complementari. Da un lato, esso è un concetto giuridico, politico e istituzionale sedimentato nei testi normativi, nella dottrina, nella giurisprudenza e nella teoria del diritto. Dall’altro, è un concetto cognitivo e pratico, che richiede ai soggetti di assumere specifiche prospettive interne sulle istituzioni giuridiche, di riconoscere limiti all’esercizio del potere, di identificare forme di arbitrarietà, prevedibilità, accessibilità e controllo. L’ipotesi di fondo è che la comprensione dello Stato di diritto comporti un significativo carico cognitivo, soprattutto quando esso venga analizzato non come formula retorica o ideale astratto, ma come struttura istituzionale da padroneggiare nella pratica.
Questa ricerca estende dunque il lavoro precedente sul punto di vista interno, sulle istituzioni e sui concetti giuridici, applicandolo ad uno dei concetti fondamentali della teoria del diritto contemporanea. Al tempo stesso, essa consente di collegare la filosofia analitica del diritto, la teoria costituzionale, la psicologia cognitiva e la filosofia sperimentale, mostrando come concetti giuridici apparentemente tradizionali possano essere indagati anche attraverso metodi empirici e interdisciplinari.
8) Connessione tra diritto e morale e fondazionalismo trascendentale
Questa linea di ricerca, che ho perseguito all’incirca fino al 2010, si è sviluppata su due piani distinti, il primo di discussione critica delle argomentazioni svolte da altri autori, il secondo di proposta teorica.
I due saggi Costituzionalismo e fondazionalismo morale e Constitutionalism and Transcendental Arguments si muovono sul primo piano: in essi, tento di mostrare come sia R. Dworkin sia R. Alexy fondino la propria proposta connessionista su un uso più o meno celato di una forma di fondazionalismo trascendentale, pur tralasciando entrambi di affrontare le implicazioni, inevitabili sul piano filosofico generale, di tale approccio. Per argomentare questa tesi, in questi lavori delineo una linea evolutiva dell’argomentazione trascendentale dall’approccio classico di Kant, passando per il Wittgenstein del Tractatus fino ad una variante indebolita rintracciabile nel Wittgenstein delle Ricerche Filosofiche e giungendo infine all’“argomento pragmatico-trascendentale” di K.-O. Apel. Inoltre, in Constitutionalism and Transcendental Arguments propongo una tassonomia degli argomenti trascendentali sulla base dell’incrocio di due dicotomie, theoretic vs. pragmatic transcendental arguments e global vs. local transcendental arguments, e riconduco le strategie argomentative di Dworkin e Alexy a questa griglia teorica.
Parallelamente, l’interesse per il fondazionalismo di tipo trascendentale mi ha condotto, nel saggio Etiche del discorso: oggettività e fondazione, a discutere la proposta di fondazione morale avanzata dall’“etica del discorso” (Diskursethik) di K.-O. Apel e J. Habermas. Infine, anche il saggio Regole e autonomia si muove su un piano di discussione critica: qui affronto, infatti, il tentativo di fondazione di una connessione tra diritto e morale su base trascendentale sviluppato da George Pavlakos nel suo libro Our Knowledge of the Law.
I saggi Inferentialism, Social Practices, and the Connection between Law and Morality e The Structure of Social Practices and the Connection between Law and Morality, scritti con G. Bongiovanni, A. Rotolo e C. Valentini, si muovono invece sul piano di proposta teorica. In questi lavori, si tenta di elaborare una forma di “connessionismo debole” tra diritto e morale alla luce di una analisi strutturale della pratica giuridica.
9) Natura della normatività giuridica
La tematica della connessione tra diritto e morale mi ha condotto in quegli anni anche al tema più generale della natura della normatività giuridica, delle sue condizioni di possibilità e del suo rapporto con la normatività semantica ed epistemica.
I saggi The Claim to Correctness and Inferentialism e Inferentialism, Social Practices, and the Connection between Law and Morality, nonché The Structure of Social Practices and the Connection between Law and Morality, contengono infatti anche un intero percorso di disamina di vari problemi riguardanti la normatività giuridica, a partire dalla tesi della “pretesa di correttezza” (Anspruch auf Richtigkeit) di R. Alexy, passando per una applicazione dell’inferenzialismo di R. Brandom a questa tesi, e giungendo infine ad una prospettiva più convenzionalista, sulla scia della discussione proposta da J. Coleman e S. Shapiro alla luce del modello delle shared cooperative activities di M. Bratman. Nel saggio Regole e autonomia, inoltre, sviluppo alcuni rilievi sul tema specifico del rapporto tra normatività giuridica, normatività semantica e normatività epistemica.
In anni più recenti, il tema della normatività giuridica è rientrato nella mia ricerca attraverso tre vie ulteriori. La prima è quella dell’ontologia delle norme e dei poteri giuridici, in particolare nella misura in cui il diritto è inteso come un sistema di artefatti istituzionali capaci di produrre, modificare e strutturare posizioni normative. La seconda è quella delle competenze normative, cioè delle condizioni alle quali un soggetto o un organo può produrre diritto valido. La terza è quella delle basi cognitive della normatività giuridica, nella quale la comprensione delle norme, dei poteri, delle istituzioni e dello Stato di diritto viene analizzata anche come questione relativa alla rappresentazione concettuale e alle capacità cognitive dei soggetti coinvolti nella pratica giuridica.
10) A Treatise of Legal Philosophy and General Jurisprudence
Una discussione a parte merita il progetto A Treatise of Legal Philosophy and General Jurisprudence, al quale ho lavorato dal 2003 fino al 2017 e per il quale sono stato in particolare assistant editor del Volume 1, The Law and the Right, e co-editor, con E. Pattaro, del Volume 12, Legal Philosophy in the 20th Century: The Civil Law World, un volume diviso in due tomi di circa 1000 pagine ciascuno che raccoglie contributi provenienti da più di 60 studiosi internazionali. Il Treatise, curato da E. Pattaro ed edito dalla casa editrice internazionale Springer, consta di 12 volumi ed è diviso in una parte teorica ed una parte storica. La parte teorica, che comprende i primi cinque volumi, tratta dei principali temi della filosofia e teoria generale del diritto, dalla teoria della norma alla teoria delle fonti del diritto, dalla teoria dell’argomentazione giuridica alla teoria della scienza giuridica. La parte storica, che comprende 7 volumi, copre la storia della filosofia del diritto dalle origini ai giorni nostri. Tutti i volumi del Treatise sono scritti o curati da autori di alta levatura internazionale, tra i quali F. D. Miller, Jr., G. Postema, A. Peczenik, H. Rottleuthner, G. Sartor, R. Shiner, P. Stein e H. Hofmann.