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Geraldina Boni

Professoressa ordinaria

Dipartimento di Scienze Giuridiche

Settore scientifico disciplinare: IUS/11 DIRITTO CANONICO E DIRITTO ECCLESIASTICO

Temi di ricerca

Parole chiave: cultura diritto penale vaticano laicato Curia romana sangue delibazione diritto penale canonico exequatur procreazione liturgia sessualità conciliarismo ecumenismo santi combattenti beatificazione e canonizzazione martirio mafia donna matrimonio multiculturalismo chiesa sussidiarietà digiuno e astinenza impedimento disparitatis cultus eucaristia fonti confessioni guerra celibato Stato della Città del Vaticano evangelizzazione Chiesa e democrazia munus docendi archivio diritto processuale canonico inculturazione

La pronuncia della sentenza del Tribunale dello Stato della Città del Vaticano circa la nota vicenda del trafugamento di documenti da parte dell’aiutante di camera del pontefice Benedetto XVI ha offerto l’occasione per analizzare l’assetto del diritto penale nel minuscolo Stato creato con il Trattato lateranense del 1929. Nel 2008 è stata emanata una nuova legge sulle fonti del diritto vaticano che ha confermato il rinvio materiale e recettizio, cioè non mobile, effettuato già nel 1929, al codice penale Zanardelli del 1889 e al codice di procedura penale Finocchiaro-Aprile del 1929: codici abrogati in Italia e che invece sperimentano nel Vaticano questa peculiare ultrattività. Peraltro tale diritti recepiti vigono in uno Stato che riconosce «nell’ordinamento canonico la prima fonte normativa e il primo criterio di riferimento interpretativo» (art. 1 legge fondamentale): ciò condiziona l’applicazione del diritto italiano recepito. Ricostruite le relazioni tra giurisdizione italiana e vaticana e in ordine alla separazione ed alla distinzione tra Chiesa cattolica, Santa Sede e Stato della Città del Vaticano, ci si concentra sulle problematiche giuridiche scaturenti dal procedimento penale de quo e su altri recentemente svoltisi (tra l’altro con grande clamore mediatico), con una disamina circa la sussistenza nello Stato del papa di quegli essentialia iudicii che generalmente si riconducono alla nozione di ‘giusto processo’, tenendo conto delle specificità della giustizia vaticana. Il diritto penale vaticano sta recentemente conoscendo una stagione di grande sviluppo, ad esempio con la promulgazione di norme in materia monetaria e di prevenzione e contrasto del riciclaggio dei proventi di attività criminose e del finanziamento del terrorismo, in attuazione di impegni con l’Unione Europea (di cui pure il Vaticano non fa parte) o in adeguamento al diritto internazionale. Del pari anche gli organi giudiziari vaticani hanno assistito ad un incremento significativo delle loro competenze. La considerazione di tali linee di tendenza e la loro collocazione in un quadro globale permette una serie di riflessioni circa una rinnovata identità ed un rivisitato ruolo dello Stato eretto per garantire la libertà e l’indipendenza della Santa Sede.

Un tema già sviluppato ma su quale si progetta di tornare investe il concetto di martirio cristiano, il quale affonda le sue radici in una solida tradizione teologica e canonistica: l’attuale martirio di molti cristiani nel mondo rende il tema drammaticamente attuale. Dal punto di vista giuridico, in vista delle cause di canonizzazione, si devono in particolare identificare e descrivere i requisiti che la scienza del diritto - a partire dalla magistrale trattazione di Prospero Lambertini, papa Benedetto XIV - ha individuato e definito come necessariamente ricorrenti, e dunque da accertare e provare, affinché si possa riconoscere la sussistenza di un autentico martirio. Necessario il riferimento ad alcuni casi che hanno suscitato problemi soprattutto per quanto concerne il c.d. elemento formale del martirio, l’odium fidei del persecutore e l’amor fidei della vittima: casi riguardanti segnatamente i martiri dei totalitarismi del Novecento. Oggetto di approfondita riflessione è la vicenda dell’assassinio, ad opera della mafia, del sacerdote siciliano don Giuseppe Puglisi, recentemente proclamato beato dopo una causa giuridicamente assai complessa. Dinanzi alle difficoltà di inquadrare alcune ipotesi contemporanee entro i paradigmi classici si impone l’opportunità di avanzare proposte per rinnovare e revisionare profondamente i connotati del martirio nella Chiesa.

Si intendono inoltre esaminare le origini nella storia del diritto canonico di alcuni principi della democrazia: dal concetto di rappresentanza alle procedure elettorali dei più importanti uffici, soprattutto dei vescovi diocesani e del papa. Lo scopo è illustrare come si è giunti al principio maggioritario in un ordinamento che privilegia l’unanimità. Particolare rilievo è dato alla tradizione di partecipazione alle decisioni delineata dagli ordini e congregazioni religiose. Importante anche considerare la prassi dei concili ecumenici sviluppatasi nella Chiesa dai primi secoli e le tecniche di formazione della volontà collegiale. Ampio spazio deve poi dedicarsi alla corrente di pensiero definita “conciliarismo”: dalla sua affermazione in occasione del grande scisma d’Occidente al suo abbandono. Trascorrendo dal Concilio di Trento al Concilio Vaticano I si giunge fino al Concilio Vaticano II che ha valorizzato la collegialità e la partecipazione. Ma è possibile la democrazia nella Chiesa?

Nel quadro dell’attuale attenzione accentuata alle regole alimentari religiose, uno dei nostri temi di ricerca consiste nell’analizzare gli orientamenti al riguardo del cristianesimo, connotato invero da una spiccata “libertà gastronomica”. Nel senso che in esso, proprio in forza della parola evangelica, non vi sono tabù alimentari e alimenti assolutamente vietati. Eppure le norme canonistiche non scarseggiano. Risulta così proficuo seguire l’evoluzione storica della normativa ecclesiale sul digiuno penitenziale o eucaristico e sulla astinenza dalla carne: dalle prescrizioni delle collezioni pseudo-apostoliche dei primi secoli agli assai abbondanti ed esigenti precetti medievali, all’opera di uniformazione ed omogeneizzazione normativa compiuta dalle autorità ecclesiastiche. Mutamenti incisivi della disciplina lentamente elaborata sono stati introdotti soprattutto nel corso del Novecento, in particolare in seguito ad istanze rinnovatici emerse nel Concilio Vaticano II e recepite dal papa Paolo VI: modificazioni che hanno sensibilmente attenuato l’anteriore rigore. Non numerosi ma pregnanti sono i canoni dedicati alla materia nel vigente Codex Iuris Canonici per la Chiesa latina e nel Codice dei Canoni delle Chiese Orientali. Di notevole interesse, inoltre, esaminare le disposizioni assunte nel mondo dalle varie Conferenze Episcopali alle quali il Codice stesso attribuisce la facoltà di precisare il diritto comune: disposizioni prevalentemente rivolte nella direzione di un’ulteriore mitigazione di quest’ultimo. Oggetto di analisi precipua sono le norme adottate dalla Conferenza Episcopale Italiana che segnatamente ha concesso ai fedeli la possibilità, nei venerdì non di quaresima, di sostituire all’astinenza dal cibo altre rinunce adattate ai tempi odierni. Ci si interroga dunque sull’intervenuta desuetudine di digiuno ed astinenza nella comunità ecclesiale alla luce, per converso, del pregnante e immutato valore, sotto molteplici profili, di queste due forme tradizionali di penitenza nel cristianesimo e specialmente nel cattolicesimo.

Molto è stato scritto sull’evento epocale della rinuncia pontificia cui abbiamo assistito durante il concistoro ordinario pubblico dell’11 febbraio 2013: eppure l’orizzonte è ancora offuscato e confuso. Utile quindi una ricostruzione accurata delle coordinate canonistiche della rinuncia del pontefice contemplata nel can. 332 § 2 del Codex Iuris Canonici per la Chiesa latina e nel can. 44 § 2 del Codex Canonum Ecclesiarum Orientalium, oltre che nelle norme racchiuse nella Costituzione Apostolica in vigore sulla vacanza della Sede Apostolica e sull’elezione del romano pontefice Universi domini gregis del 1996. La rinuncia va inquadrata anzitutto all’interno del complesso sistema delle dinamiche potestative nella Chiesa tra potere d’ordine e potere di giurisdizione, incentrando poi la disamina sulla causa della renuntiatio dal punto di vista giuridico: elemento su cui si è notevolmente equivocato e frainteso, riconducendola esclusivamente all’anzianità e conducendo a proposte inaccettabili nello ius Ecclesiae (come quella di un papato a termine). Dopo essersi soffermati sul perfezionamento, sulla libertà nonché sulla ricettizietà ed efficacia della rinuncia, occorre inoltrarsi su un profilo che, attesa la straordinarietà dell’accadimento, non è stato mai oggetto di attenzione da parte della canonististica: quello dello status del pontefice che ha rinunciato, a partire dalla qualifica ad esso spettante. L’argomento induce ad affrontare, in prospettiva de iure condendo, un’ulteriore problematica per la quale è urgente una disciplina normativa: si tratta di congegnare e predisporre una procedura da attivarsi nell’ipotesi di un pontefice che, per malattia o altre ragioni, pur rimanendo in vita, non è più capace di intendere e di volere. La premessa di tale indagine si radica nella storia dei pontificati del XX secolo, nei quali più volte si è posto il quesito della regolazione di un’eventuale sede impedita con la possibilità di un transito verso la sede vacante. Infine, prendendo spunto dalla critica di alcune recenti tesi dottrinali sulla rinuncia di Benedetto XVI, si deve ricondurre l’intera tematica nella cornice di un’equilibrata ecclesiologia, nutrita di corretti fondamenti teologici e di precise coordinate giuridiche.

Il tema che oggi principalmente ci occupa è incentrato sull’epocale riforma varata da papa Francesco del processo di nullità matrimoniale con le due Litterae Apostolicae Motu Proprio datae Mitis iudex dominus Iesus e Mitis et Misericors Iesus, la prima per il Codex Iuris Canonici della Chiesa latina, la seconda per il Codex Canonum Ecclesiarum Orientalium: datate 15 agosto, divulgate l’8 settembre e che sono entrate in vigore l’8 dicembre 2015. Si tratta di enumerare ed illustrare le numerose problematiche sollevate da tali novelle che hanno completamente trasformato le procedure dirette ad accertare la nullità del matrimonio. Davvero consistenti sono attualmente i dubbi interpretativi che si pongono all’interprete e le difficoltà di applicazione che si stanno producendo nella Chiesa italiana ma anche in tutto il mondo. L’attenzione critica si giustifica nella prospettiva auspicata di una auspicabile futura modifica oppure di autorevole chiarimenti di una normativa male confezionata e che può arrivare a pregiudicare la ‘consistenza sostanziale’ del matrimonio canonico.

Urgente anche scandagliare le problematiche che potrebbero insorgere nel procedimento di exequatur delle sentenze canoniche di nullità matrimoniale in Italia dopo la radicale riforma del processo da parte di papa Francesco appunto con il Motu Proprio Mitis iudex. L’analisi va condotta specialmente attraverso la griglia del concetto di ordine pubblico processuale italiano tratteggiato dalla nostra giurisprudenza in un itinerario più che trentennale, in correlazione altresì alle esigenze che soprattutto la Corte europea dei diritti dell’uomo riconduce al rispetto del diritto al processo equo di cui all’art. 6 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali.