Aula Carducci
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    Giosuè Carducci giunse a Bologna il 10 novembre 1860 e il suo insegnamento all'Università coincide con l'Unità d'Italia. Aveva 25 anni ed era stato nominato professore di letteratura italiana. Il ministro Mamiani, dopo aver letto un suo libretto di Rime, lo aveva trovato a Pistoia, dove insegnava greco al liceo.
    I fatti si erano cosi sviluppati: al momento della proclamata annessione al Regno d'Italia, la facoltà di Lettere e Filosofia di Bologna contava sei cattedre, tra esse, quella di letteratura italiana e latina era tenuta da un sacerdote, monsignor Gaetano Golfieri, il quale si era rifiutato di prestare giuramento di fedeltà al Re d'Italia. Al posto del protestatario si era pensato di chiamare Giovanni Prati. Egli però non volle saperne adducendo impedimenti familiari e la cattedra fu quindi offerta al Carducci.

    Si trattava chiaramente di un compito gravoso. Lo Studio di Bologna, da centro europeo di cultura quale era stato per tanti secoli, si era ridotto nella prima metà dell'Ottocento ad una povera Università provinciale. Nel 1859 contava appena 300 iscritti, dei quali nessuno alla facoltà di Lettere. La cattedra di letteratura italiana doveva poi esser considerata a Bologna, come nel resto del paese, la più rappresentativa del nuovo carattere nazionale delle Università dell'Italia unita. Giosuè Carducci era perfettamente consapevole della gravità della missione affidatagli, ma gli esordi della sua carriera accademica furono difficili. Dopo la prolusione tenuta dal Carducci dinanzi a un folto pubblico di curiosi, quasi più nessuno andò a sentirlo. Le sue lezioni, tenute nell'aula universitaria che ora porta il suo nome, in via Zamboni 33, erano seguite da pochi uditori. Ma la fama della sua eloquenza e del suo insegnamento accrebbero ben presto il numero dei giovani iscritti alla facoltà di Lettere, e la piccola, modesta aula, recentemente restaurata, bastava appena a contenere la folla degli ascoltatori tra i quali, spesso, con grande fastidio del Carducci, si insinuava qualche curioso o ammiratore. La presenza di questi estranei lo portava a sottolineare che in quella stanza si andava per studiare e non in cerca di impressioni sull'uomo celebre.

    Il Carducci aveva una concezione altissima del dovere e nei suoi 43 anni di insegnamento non ripetè mai la stessa lezione. Puntualmente, alle tre del pomeriggio, entrava nell'aula a testa bassa, preceduto dal bidello, il buon Monti che egli chiamava "il Monti non Vincenzo". Saliti i gradini della cattedra si toglieva il cappello e poi girava lo sguardo intorno e se vedeva molta gente, cominciava a tirarsi la barba ed era un cattivo pronostico. Ogni suo corso si apriva con l'inquadramento storico del tema, poi si inoltrava nell'esame analitico delle opere seguendo un metodo molto semplice: una rigorosa aderenza al testo, uno studio attento dei documenti, una cura costante dei raffronti possibili, e così ricostruiva la formazione delle opere in ogni loro aspetto. Non sciorinava commenti ordinati secondo una fredda disciplina, ma studiava intensamente un uomo, un'epoca, un'opera d'arte, scrutandola, ricostruendola con la sua critica. Ogni sua lezione era una ricerca. Preparava le lezioni come si fa di un libro: cioè non delle tracce, ma del materiale da vivificare, da fondere, da riplasmare. L'importanza da lui attribuita a quel continuo studio della lingua dimostrava come egli intendesse adempiere il suo ufficio educativo all'Università.
    Egli pretendeva che tutti gli alunni fossero assidui alle lezioni e al lavoro, e una volta all'anno (il suo corso era triennale) ogni alunno doveva affrontare il momento della restituzione e della correzione delle tesine. Si trattava di un piccolo studio, di una breve monografia su un tema liberamente scelto, con la quale lo studente doveva dare saggio della sua preparazione, del suo orientamento critico e anche della sua capacità di scrivere e ragionare. Il Carducci li leggeva tutti e quasi sempre l'autore era chiamato come un imputato a udire la sentenza che di solito era di condanna. La scenetta che si svolgeva nell'aula è stata cosi descritta da Giuseppe Albini:
    - L'alunno, in piedi dinanzi la cattedra, si sentiva dire: "Gran brutta cosa il suo lavoro! Il tema è scelto male, indeterminato, troppo ampio e perciò mal pensato e male scritto; non c'è stile, non c'è lingua" Poi smettendo di voltare e rivoltare il povero manoscritto, egli guardava il giovane, e vedendolo mortificato sotto la raffica di quelle parole, continuava meno aspro: "Tenga. Bisogna leggere molto. Legga i grandi classici". Infine con un gesto di congedo quasi affettuoso "Tutto insieme, non c'è male". Ma se qualche volta l'alunno si atteggiava a rassegnazione dispettosa, allora nell'aula si sentiva tuonare: "L'ignoranza è intollerabile quando è accompagnata dalla presunzione", e se non era lesto ad acchiappare per aria il suo quaderno, doveva raccattarlo per terra. Senonché nei casi ordinari le osservazioni erano precise, le indicazioni e i consigli dettati dalla coscienza più amorosa. -

    Così sono trascorsi i 43 anni del suo insegnamento universitario, sempre fra le mura della stessa aula, quella che l'amministrazione Universitaria ha restituito alla memoria del grande poeta. Su questi banchi, che ora vedono cerimonie e visite, si sono seduti uomini che il Carducci ha accompagnato verso lo studio, verso la fama, anche se la sua scuola voleva essere una scuola di futuri maestri di lettere e non di letterati. Alla sua scuola era proibito far versi ed era intransigente nel reprimere fra i suoi studenti la tendenza alle improvvisazioni, alle divagazioni ereditata dall'ultimo romanticismo. L'obiettivo del suo insegnamento era di restituire agli studi quella serietà e dignità che li avevano caratterizzati nel passato.
    Questa inflessibilità nel rimuovere le influenze che potevano condizionare le decisioni da prendersi, distinse anche il suo servizio di ispettore del Ministero e membro del Consiglio Superiore dell'Istruzione Pubblica.
    Se sia riuscito nel suo intento di creare quella scuola di cui l'Italia, dopo l'avvenuta Unità, aveva bisogno, lo testimoniano i nomi noti di molti suoi allievi: Giovanni Pascoli, Renato Serra, Manara Valgimigli, Guido Mazzoni, Severino Ferrari, Giovanni Federzoni, Giuseppe Albini, Albano Sorbelli, ... e tanti altri.

    Nella sala adiacente all'aula del Carducci è collocato l'Ercole del Piò, la scultura che ha dato il nome al cortile del palazzo universitario. La scultura era stata posta al centro del cortile alla metà del Settecento, ma era da molto tempo invisibile perché tavole di legno la ricoprivano per proteggerla dalle intemperie. Da alcuni anni sul basamento del cortile è stato collocato un calco tratto dall'originale.