In 43 anni non ha mai ripetuto la stessa lezione

Giosuè Carducci aveva una concezione altissima del dovere e nei suoi 43 anni di insegnamento non ha mai ripetuto la stessa lezione.
Carducci

Puntualmente, alle tre del pomeriggio, entrava nell'aula a testa bassa, preceduto dal bidello, il buon Monti che egli chiamava "il Monti non Vincenzo". Saliti i gradini della cattedra si toglieva il cappello e poi girava lo sguardo intorno e se vedeva molta gente, cominciava a tirarsi la barba ed era un cattivo pronostico.

Ogni suo corso si apriva con l'inquadramento storico del tema, poi si inoltrava nell'esame analitico delle opere seguendo un metodo molto semplice: una rigorosa aderenza al testo, uno studio attento dei documenti, una cura costante dei raffronti possibili, e così ricostruiva la formazione delle opere in ogni loro aspetto. Non sciorinava commenti ordinati secondo una fredda disciplina, ma studiava intensamente un uomo, un'epoca, un'opera d'arte, scrutandola, ricostruendola con la sua critica.

Ogni sua lezione era una ricerca. Preparava le lezioni come si fa di un libro: cioè non delle tracce, ma del materiale da vivificare, da fondere, da riplasmare. L'importanza da lui attribuita a quel continuo studio della lingua dimostrava come egli intendesse adempiere il suo ufficio educativo all'Università.

Egli pretendeva che tutti gli alunni fossero assidui alle lezioni e al lavoro, e una volta all'anno (il suo corso era triennale) ogni alunno doveva affrontare il momento della restituzione e della correzione delle tesine. Si trattava di un piccolo studio, di una breve monografia su un tema liberamente scelto, con la quale lo studente doveva dare saggio della sua preparazione, del suo orientamento critico e anche della sua capacità di scrivere e ragionare.

Così sono trascorsi i 43 anni del suo insegnamento universitario, sempre fra le mura della stessa aula, quella che l'amministrazione Universitaria ha restituito alla memoria del grande poeta. Su questi banchi, che ora vedono cerimonie e visite, si sono seduti uomini che il Carducci ha accompagnato verso lo studio, verso la fama, anche se la sua scuola voleva essere una scuola di futuri maestri di lettere e non di letterati. Alla sua scuola era proibito far versi ed era intransigente nel reprimere fra i suoi studenti la tendenza alle improvvisazioni, alle divagazioni ereditata dall'ultimo romanticismo. L'obiettivo del suo insegnamento era di restituire agli studi quella serietà e dignità che li avevano caratterizzati nel passato.

Se sia riuscito nel suo intento di creare quella scuola di cui l'Italia, dopo l'avvenuta Unità, aveva bisogno, lo testimoniano i nomi noti di molti suoi allievi: Giovanni Pascoli, Renato Serra, Manara Valgimigli, Guido Mazzoni, Severino Ferrari, Giovanni Federzoni, Giuseppe Albini, Albano Sorbelli, ... e tanti altri.