Gli esordi

Al momento della proclamata annessione al Regno d'Italia, la facoltà di Lettere e Filosofia di Bologna contava sei cattedre, tra esse, quella di letteratura italiana e latina era tenuta da un sacerdote, monsignor Gaetano Golfieri, il quale si era rifiutato di prestare giuramento di fedeltà al Re d'Italia. Al posto del protestatario si era pensato di chiamare Giovanni Prati. Egli però non volle saperne adducendo impedimenti familiari e la cattedra fu quindi offerta a Giosuè Carducci.
Aula Carducci

Si trattava chiaramente di un compito gravoso. Lo Studio di Bologna, da centro europeo di cultura quale era stato per tanti secoli, si era ridotto nella prima metà dell'Ottocento ad una povera Università provinciale. Nel 1859 contava appena 300 iscritti, dei quali nessuno alla facoltà di Lettere. La cattedra di letteratura italiana doveva poi esser considerata a Bologna, come nel resto del paese, la più rappresentativa del nuovo carattere nazionale delle Università dell'Italia unita.

Giosuè Carducci era perfettamente consapevole della gravità della missione affidatagli, ma gli esordi della sua carriera accademica furono difficili. Dopo la prolusione tenuta dal Carducci dinanzi a un folto pubblico di curiosi, quasi più nessuno andò a sentirlo.

Le sue lezioni, tenute nell'aula universitaria che ora porta il suo nome, in via Zamboni 33, erano seguite da pochi uditori. Ma la fama della sua eloquenza e del suo insegnamento accrebbero ben presto il numero dei giovani iscritti alla facoltà di Lettere, e la piccola, modesta aula, recentemente restaurata, bastava appena a contenere la folla degli ascoltatori tra i quali, spesso, con grande fastidio del Carducci, si insinuava qualche curioso o ammiratore. La presenza di questi estranei lo portava a sottolineare che in quella stanza si andava per studiare e non in cerca di impressioni sull'uomo celebre.