Vittorio Alfieri, sonetto con paesaggio «sublime» e interiorizzato:
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Vittorio Alfieri
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Tacito orror di solitaria selva
di sì dolce tristezza il cor mi bea,
che in essa al par di me non si ricrea
tra' figli suoi nessuna orrida belva.
E quanto addentro più il mio piè s'inselva,
tanto più calma e gioia in me si crea;
onde membrando com'io là godea,
spesso mia mente poscia si rinselva.
Non ch'io gli uomini abborra, e che in me stesso
mende non vegga, e più che in altri assai;
né ch'io mi creda al buon sentier più appresso:
ma non mi piacque il vil mio secol mai:
e dal pesante regal giogo oppresso,
sol nei deserti tacciono i miei guai.
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SONETTI AUTOBIOGRAFICI
Tommaso Campanella
(1622)
Di
se stesso
Sciolto e legato, accompagnato e solo,
gridando, cheto, il fiero stuol confondo:
folle all’occhio mortal del basso mondo,
saggio al Senno divin dell’alto polo. 4
Con vanni in terra oppressi al Ciel men
volo,
in mesta carne d’animo giocondo;
e, se talor m’abbassa il grave pondo,
l’ale pur m’alzan sopra il duro suolo. 8
La dubbia guerra fa le virtù cònte.
Breve è verso l’eterno ogn’altro tempo,
e nulla è più leggier ch’un grato peso. 11
Porto dell’amor mio l’imago in fronte,
sicuro d’arrivar lieto, per tempo,
ove io senza parlar sia sempre inteso. 14
v.
11. Mira quante contraposizioni sono in questo sonetto!
v.
14. In Paradiso non si parla se non con l’intendenza. Vedi la Metafisica.
Vittorio
Alfieri
(9 giugno 1786. In letto)
Sublime specchio di veraci detti,
mostrami in corpo e in anima qual sono:
capelli, or radi in fronte, e rossi pretti;
lunga statura, e capo a terra prono; 4
sottil persona in su due stinchi
schietti;
bianca pelle, occhi azzurri, aspetto buono;
giusto naso, bel labro, e denti eletti;
pallido in volto, più che un re sul trono: 8
or duro, acerbo, ora pieghevol, mite;
irato sempre, e non maligno mai;
la mente e il cor meco in perpetua lite: 11
per lo più mesto, e talor lieto assai,
or stimandomi Achille, ed or Tersite:
uom, se’ tu grande, o vil? Muori, e il saprai. 14
Ugo Foscolo
(1801-1802)
Solcata ho fronte, occhi incavati
intenti,
crin fulvo, emunte guance, ardito aspetto;
labbri tumidi, arguti, al riso lenti,
capo chino, bel collo, irsuto petto; 4
membra esatte; vestir semplice eletto;
ratti i passi, il pensier, gli atti, gli accenti;
prodigo, sobrio; umano, ispido, schietto;
avverso al mondo, avversi a me gli eventi. 8
Mesto i più giorni e solo; ognor
pensoso;
alle speranze incredulo e al timore,
il pudor mi fa vile; e prode l’ira: 11
cauta in me parla la ragion; ma il core,
ricco di vizj e di virtù, delira.
Morte, tu mi darai fama e riposo. 14
Alessandro
Manzoni
(1801)
Capel bruno: alta fronte: occhio
loquace:
naso non grande e non soverchio umìle:
tonda la gota e di color vivace:
stretto labbro e vermiglio: e bocca esìle: 4
lingua or spedita or tarda, e non mai
vile,
che il ver favella apertamente, o tace.
Giovin d’anni e di senno; non audace:
duro di modi, ma di cor gentile. 8
La gloria amo e le selve e il biondo
iddio:
spregio, non odio mai: m’attristo spesso:
buono al buon, buono al tristo, a me sol rio. 11
A l’ira presto, e più presto al perdono:
poco noto ad altrui, poco a me stesso:
gli uomini e gli anni mi diran chi sono. 14
Giosue Carducci (1851)
MIO RITRATTO ESTERNO
A LA MIA ETÁ DI ANNI SEDICI
Modi e menzogne gentilesche
inatti:
Vestire ad arte semplice e negletto:
Ora audaci ora schivi e i guardi e li atti:
Or veloce or ritroso il passo e il detto:
Nero il crine, il color,
l’occhio, lo aspetto:
Di dure membra, di selvaggi
tratti:
Inqueti li occhi, folgoranti
e ratti,
E in lor la luce de lo
interno affetto:
Giusto di corpo: bello il
mento e i denti:
Congiunte ciglia: fronte
austera e tarda,
Su cui rompon de ‘l cor
gl’impeti ardenti:
Gagliardo il corpo, e
l’anima gagliarda.
Tale mi son ne li anni miei
fiorenti
Io cantore di Elvira e di
Piccarda.
Giosue Carducci
MIO
RITRATTO INTERNO
A
LA STESSA EPOCA
Vago de ‘l
Bello e ognor ne ‘l Bello intento:
Caldo a li
affetti, a i sillogismi parco:
Largo di aiuto
ogn’or; di vanti scarco:
Odio non
tengo, di spregiar contento:
A lo scherno
ed a l’ira ardente varco,
Come il cuor,
tuona il labro violento:
Forte e facil
d’amore io m’intalento:
Vivo in me
solo e il conversar m’è incarco:
Triste,
fervido, schietto: e d’alma prode,
E indocile; e
in furor di sorte ria
Lieto e ne
l’ira ch’eternal mi rode:
Patria miei
numi e Amore e Poesia:
Vivo di sogni:
e tutta una melode
Di memorie e
Speranze è l’alma mia.
Giambattista Vico, Vita scritta da se medesimo, 1723 —> 1728 —> 1731.
ERRORI COME DEVIAZIONI MOMENTANEE DAL FINE
Errando
egli così fuori del dritto corso di una ben regolata prima giovanezza, come un
generoso cavallo e molto e bene esercitato in guerra e lunga pezza poi lasciato
in sua balìa a pascolare per le campagne, se egli avviene che oda una tromba
guerriera, riscuotendosi in lui il militare appetito gestisce d'esser montato
dal cavaliere e menato nella battaglia; così il Vico, nell'occasione di una
celebre accademia degl'Infuriati, restituita a capo di moltissimi anni in San
Lorenzo, dove valenti letterati uomini erano accomunati co' principali
avvocati, senatori e nobili della città, egli dal suo genio fu scosso a
riprendere l'abbandonato cammino, e si rimise in istrada.
Torquato
Tasso, Gerusalemme liberata, XVI, 28:
Qual
feroce destrier ch’al faticoso
onor
de l’arme vincitor sia tolto,
e
lascivo marito in vil riposo
fra
gli armenti e ne’ paschi erri disciolto,
se 'l desta o suon di tromba o luminoso
acciar,
colà tosto annitrendo è vòlto,
già
già brama l’arringo e, l’uom su 'l dorso
portando,
urtato riurtar nel corso;
tal
si fece il garzon…
ETEROGENESI DEI FINI
Il
signor Giambattista Vico egli è nato in Napoli l'anno 1670 da onesti parenti, i
quali lasciarono assai buona fama di sé. Il padre fu di umore allegro, la madre
di tempra assai malinconica; e così entrambi concorsero alla naturalezza di
questo lor figliuolo. Imperciocché, fanciullo, egli fu spiritosissimo e
impaziente di riposo; ma in età di sette anni, essendo col capo in giù piombato
da alto fuori d'una scala nel piano, onde rimase ben cinque ore senza moto e
privo di senso, e fiaccatagli la parte destra del cranio senza rompersi la
cotenna, quindi dalla frattura cagionatogli uno sformato tumore, per gli cui
molti e profondi tagli il fanciullo si dissanguò; talché il cerusico, osservato
rotto il cranio e considerando il lungo sfinimento, ne fe' tal presagio: che
egli o ne morrebbe o arebbe sopravvivuto stolido. Però il giudizio in niuna
delle due parti, la Dio mercé, si avverò; ma dal guarito malore provenne che
indi in poi e' crescesse di una natura malinconica ed acre, qual dee essere
degli uomini ingegnosi e profondi, che per l'ingegno balenino in acutezze, per
la riflessione non si dilettino dell'arguzie e del falso.
Or,
nel rincontrare particolarmente i luoghi della civile, egli sentiva un sommo
piacere in due cose: una in riflettere nelle somme delle leggi dagli acuti
interpetri astratti in massime generali di giusto i particolari motivi
dell'equità ch'avevano i giureconsulti e gl'imperadori avvertiti per la
giustizia delle cause: la qual cosa l'affezionò
agl'interpetri antichi che poi avvertì
e giudicò essere i filosofi dell'equità naturale; l'altra in osservare
con quanta diligenza i giureconsulti medesimi esaminavano le parole delle leggi,
de' decreti del senato e degli editti de' pretori che interpetrano: la qual
cosa il conciliò agl'interpetri eruditi, che poi avvertì ed estimò essere puri storici del dritto civile
romano.
[cfr.:
Principi di scienza nuova, 1744: «Gli
uomini prima sentono senz’avvertire, dappoi avvertiscono con animo perturbato e
commosso, finalmente riflettono con mente pura»]
In
quest'opera egli ritruova finalmente
tutto spiegato quel principio, ch'esso ancor confusamente e non con tutta distinzione aveva inteso
nelle sue opere antecedenti.
TELEOLOGISMO
= PERSEVERANZA:
dal
suo buon genio guidato, aveva fatto il maggior corso dei suoi studi senza niun
affetto di setta, e non nella città, nella quale, come moda di vesti, si
cangiava ogni due o tre anni gusto di lettere.
ANEDDOTO:
Questa
dissertazione uscita alla luce, accresciuta di ciò che non si poté dire alla
presenza del cardinal viceré per non abusarsi del tempo, che molto bisogna a'
principi, fu ella cagione che 'l signor Domenico d'Aulisio, lettor primario vespertino
di leggi, uomo universale delle lingue e delle scienze (il quale fino a
quell'ora aveva mal visto il Vico nell'università, non già per suo merito, ma
perché egli era amico di que' letterati i quali erano stati del partito del
Capova contro di lui in una gran contesa litteraria, la quale molto innanzi
aveva brucciato in Napoli, che qui non fa uopo di riferire), un giorno di
pubblica funzione di concorsi di cattedre, a sé chiamò il Vico, invitandolo a
sedere presso lui; a cui disse aver esso letto «quel libricciuolo» (perché
egli, per contesa di precedenza col lettor primario de' canoni, non interveniva
nelle aperture), «e lo stimava di uomo che non voltava indici e del quale ogni
pagina potrebbe dare altrui motivo di lavorare ampi volumi».
CORNICE
LITURGICA:
Ma
il brevissimo tempo, dentro il qual il Vico fu costretto di meditar e scrivere,
quasi sotto il torchio, quest'opera, con un estro quasi fatale, il quale lo
strascinò a sì prestamente meditarla ed a scrivere, che l'incominciò la mattina
del santo Natale e finì ad ore ventuna della domenica di Pasqua di
Resurrezione.
Nel
qual tempo, essendo di està, egli si poneva al tavolino la sera, e la buona
madre, risvegliatasi dal primo sonno e per pietà comandandogli che andasse a
dormire, più volte il ritruovò aver lui studiato infino al giorno.
Dante,
Paradiso, XII, 76-78:
spesse
fïate fu tacito e desto
trovato
in terra da la sua nutrice,
come
dicesse: “Io son venuto a questo”.
Egli
peccò nella collera, della quale guardossi a tutto poter nello scrivere; ed in
ciò confessava pubblicamente esser difettuoso: che con maniere troppo risentite
inveiva contro o gli errori d'ingegno o di dottrina o 'l mal costume de'
letterati suoi emoli, che doveva con cristiana carità e da vero filosofo o
dissimulare o compatirgli. Però quanto fu acre contro coloro i quali
proccuravano di scemargliele, tanto fu ossequioso inverso quelli che di esso e
delle sue opere facevano giusta stima, i quali sempre furono i migliori e gli
più dotti della città.
Collera
di Gesù che caccia i mercanti dal tempio (Marco,
11, 15-16)
FINALE
con massima:
… godendo vita, libertà ed onore, si teneva per più
fortunato di Socrate, del quale, faccendo menzione il buon Fedro,
fece quel magnanimo voto:
cuius non fugio mortem, si famam assequar,
et cedo invidiae, dummodo absolvar cinis.