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Andrea Battistini

Professore ordinario

L-FIL-LET/10 LETTERATURA ITALIANA


http://www.unibo.it/docenti/andrea.battistini

Contenuti utili

Materiali per il corso monografico sull'autobiografia

09/12/2012

 

Vittorio Alfieri, sonetto con paesaggio «sublime» e interiorizzato:

Vittorio Alfieri

 

 

Tacito orror di solitaria selva

di sì dolce tristezza il cor mi bea,

che in essa al par di me non si ricrea

tra' figli suoi nessuna orrida belva.

 

E quanto addentro più il mio piè s'inselva,

tanto più calma e gioia in me si crea;

onde membrando com'io là godea,

spesso mia mente poscia si rinselva.

 

Non ch'io gli uomini abborra, e che in me stesso

mende non vegga, e più che in altri assai;

né ch'io mi creda al buon sentier più appresso:

 

ma non mi piacque il vil mio secol mai:

e dal pesante regal giogo oppresso,

sol nei deserti tacciono i miei guai.




SONETTI AUTOBIOGRAFICI

Tommaso Campanella

(1622)

 

Di se stesso

 

Sciolto e legato, accompagnato e solo,

gridando, cheto, il fiero stuol confondo:

folle all’occhio mortal del basso mondo,

saggio al Senno divin dell’alto polo. 4

Con vanni in terra oppressi al Ciel men volo,

in mesta carne d’animo giocondo;

e, se talor m’abbassa il grave pondo,

l’ale pur m’alzan sopra il duro suolo. 8

La dubbia guerra fa le virtù cònte.

Breve è verso l’eterno ogn’altro tempo,

e nulla è più leggier ch’un grato peso. 11

Porto dell’amor mio l’imago in fronte,

sicuro d’arrivar lieto, per tempo,

ove io senza parlar sia sempre inteso. 14

 

v. 11. Mira quante contraposizioni sono in questo sonetto!

v. 14. In Paradiso non si parla se non con l’intendenza. Vedi la Metafisica.

 

 

 

Vittorio Alfieri

(9 giugno 1786. In letto)

 

Sublime specchio di veraci detti,

mostrami in corpo e in anima qual sono:

capelli, or radi in fronte, e rossi pretti;

lunga statura, e capo a terra prono; 4

sottil persona in su due stinchi schietti;

bianca pelle, occhi azzurri, aspetto buono;

giusto naso, bel labro, e denti eletti;

pallido in volto, più che un re sul trono: 8

or duro, acerbo, ora pieghevol, mite;

irato sempre, e non maligno mai;

la mente e il cor meco in perpetua lite: 11

per lo più mesto, e talor lieto assai,

or stimandomi Achille, ed or Tersite:

uom, se’ tu grande, o vil? Muori, e il saprai. 14

 

Ugo Foscolo

(1801-1802)

 

Solcata ho fronte, occhi incavati intenti,

crin fulvo, emunte guance, ardito aspetto;

labbri tumidi, arguti, al riso lenti,

capo chino, bel collo, irsuto petto; 4

membra esatte; vestir semplice eletto;

ratti i passi, il pensier, gli atti, gli accenti;

prodigo, sobrio; umano, ispido, schietto;

avverso al mondo, avversi a me gli eventi. 8

Mesto i più giorni e solo; ognor pensoso;

alle speranze incredulo e al timore,

il pudor mi fa vile; e prode l’ira: 11

cauta in me parla la ragion; ma il core,

ricco di vizj e di virtù, delira.

Morte, tu mi darai fama e riposo. 14

 

 

 

Alessandro Manzoni

(1801)

 

Capel bruno: alta fronte: occhio loquace:

naso non grande e non soverchio umìle:

tonda la gota e di color vivace:

stretto labbro e vermiglio: e bocca esìle: 4

lingua or spedita or tarda, e non mai vile,

che il ver favella apertamente, o tace.

Giovin d’anni e di senno; non audace:

duro di modi, ma di cor gentile. 8

La gloria amo e le selve e il biondo iddio:

spregio, non odio mai: m’attristo spesso:

buono al buon, buono al tristo, a me sol rio. 11

A l’ira presto, e più presto al perdono:

poco noto ad altrui, poco a me stesso:

gli uomini e gli anni mi diran chi sono. 14

 

 

 

Giosue Carducci (1851)

MIO RITRATTO ESTERNO

A LA MIA ETÁ DI ANNI SEDICI

 

Modi e menzogne gentilesche inatti:

Vestire ad arte semplice e negletto:

Ora audaci ora schivi e i guardi e li atti:

Or veloce or ritroso il passo e il detto:

Nero il crine, il color, l’occhio, lo aspetto:

Di dure membra, di selvaggi tratti:

Inqueti li occhi, folgoranti e ratti,

E in lor la luce de lo interno affetto:

Giusto di corpo: bello il mento e i denti:

Congiunte ciglia: fronte austera e tarda,

Su cui rompon de ‘l cor gl’impeti ardenti:

Gagliardo il corpo, e l’anima gagliarda.

Tale mi son ne li anni miei fiorenti

Io cantore di Elvira e di Piccarda.

 

 

Giosue Carducci

MIO RITRATTO INTERNO

A LA STESSA EPOCA

 

Vago de ‘l Bello e ognor ne ‘l Bello intento:

Caldo a li affetti, a i sillogismi parco:

Largo di aiuto ogn’or; di vanti scarco:

Odio non tengo, di spregiar contento:

A lo scherno ed a l’ira ardente varco,

Come il cuor, tuona il labro violento:

Forte e facil d’amore io m’intalento:

Vivo in me solo e il conversar m’è incarco:

Triste, fervido, schietto: e d’alma prode,

E indocile; e in furor di sorte ria

Lieto e ne l’ira ch’eternal mi rode:

Patria miei numi e Amore e Poesia:

Vivo di sogni: e tutta una melode

Di memorie e Speranze è l’alma mia.





Giambattista Vico, Vita scritta da se medesimo, 1723 —> 1728 —> 1731.

 

ERRORI COME DEVIAZIONI MOMENTANEE DAL FINE
Errando egli così fuori del dritto corso di una ben regolata prima giovanezza, come un generoso cavallo e molto e bene esercitato in guerra e lunga pezza poi lasciato in sua balìa a pascolare per le campagne, se egli avviene che oda una tromba guerriera, riscuotendosi in lui il militare appetito gestisce d'esser montato dal cavaliere e menato nella battaglia; così il Vico, nell'occasione di una celebre accademia degl'Infuriati, restituita a capo di moltissimi anni in San Lorenzo, dove valenti letterati uomini erano accomunati co' principali avvocati, senatori e nobili della città, egli dal suo genio fu scosso a riprendere l'abbandonato cammino, e si rimise in istrada.

 

Torquato Tasso, Gerusalemme liberata, XVI, 28:

Qual feroce destrier ch’al faticoso

onor de l’arme vincitor sia tolto,

e lascivo marito in vil riposo

fra gli armenti e ne’ paschi erri disciolto,

se 'l desta o suon di tromba o luminoso

acciar, colà tosto annitrendo è vòlto,

già già brama l’arringo e, l’uom su 'l dorso

portando, urtato riurtar nel corso;

tal si fece il garzon…

 

ETEROGENESI DEI FINI

Il signor Giambattista Vico egli è nato in Napoli l'anno 1670 da onesti parenti, i quali lasciarono assai buona fama di sé. Il padre fu di umore allegro, la madre di tempra assai malinconica; e così entrambi concorsero alla naturalezza di questo lor figliuolo. Imperciocché, fanciullo, egli fu spiritosissimo e impaziente di riposo; ma in età di sette anni, essendo col capo in giù piombato da alto fuori d'una scala nel piano, onde rimase ben cinque ore senza moto e privo di senso, e fiaccatagli la parte destra del cranio senza rompersi la cotenna, quindi dalla frattura cagionatogli uno sformato tumore, per gli cui molti e profondi tagli il fanciullo si dissanguò; talché il cerusico, osservato rotto il cranio e considerando il lungo sfinimento, ne fe' tal presagio: che egli o ne morrebbe o arebbe sopravvivuto stolido. Però il giudizio in niuna delle due parti, la Dio mercé, si avverò; ma dal guarito malore provenne che indi in poi e' crescesse di una natura malinconica ed acre, qual dee essere degli uomini ingegnosi e profondi, che per l'ingegno balenino in acutezze, per la riflessione non si dilettino dell'arguzie e del falso.

 

 

Or, nel rincontrare particolarmente i luoghi della civile, egli sentiva un sommo piacere in due cose: una in riflettere nelle somme delle leggi dagli acuti interpetri astratti in massime generali di giusto i particolari motivi dell'equità ch'avevano i giureconsulti e gl'imperadori avvertiti per la giustizia delle cause: la qual cosa l'affezionò agl'interpetri antichi che poi avvertì e giudicò essere i filosofi dell'equità naturale; l'altra in osservare con quanta diligenza i giureconsulti medesimi esaminavano le parole delle leggi, de' decreti del senato e degli editti de' pretori che interpetrano: la qual cosa il conciliò agl'interpetri eruditi, che poi avvertì ed estimò essere puri storici del dritto civile romano.

 

[cfr.: Principi di scienza nuova, 1744: «Gli uomini prima sentono senz’avvertire, dappoi avvertiscono con animo perturbato e commosso, finalmente riflettono con mente pura»]

 

 

In quest'opera egli ritruova finalmente tutto spiegato quel principio, ch'esso ancor confusamente e non con tutta distinzione aveva inteso nelle sue opere antecedenti.

 

TELEOLOGISMO = PERSEVERANZA:

dal suo buon genio guidato, aveva fatto il maggior corso dei suoi studi senza niun affetto di setta, e non nella città, nella quale, come moda di vesti, si cangiava ogni due o tre anni gusto di lettere.

 

 

ANEDDOTO:

Questa dissertazione uscita alla luce, accresciuta di ciò che non si poté dire alla presenza del cardinal viceré per non abusarsi del tempo, che molto bisogna a' principi, fu ella cagione che 'l signor Domenico d'Aulisio, lettor primario vespertino di leggi, uomo universale delle lingue e delle scienze (il quale fino a quell'ora aveva mal visto il Vico nell'università, non già per suo merito, ma perché egli era amico di que' letterati i quali erano stati del partito del Capova contro di lui in una gran contesa litteraria, la quale molto innanzi aveva brucciato in Napoli, che qui non fa uopo di riferire), un giorno di pubblica funzione di concorsi di cattedre, a sé chiamò il Vico, invitandolo a sedere presso lui; a cui disse aver esso letto «quel libricciuolo» (perché egli, per contesa di precedenza col lettor primario de' canoni, non interveniva nelle aperture), «e lo stimava di uomo che non voltava indici e del quale ogni pagina potrebbe dare altrui motivo di lavorare ampi volumi».

 

CORNICE LITURGICA:

Ma il brevissimo tempo, dentro il qual il Vico fu costretto di meditar e scrivere, quasi sotto il torchio, quest'opera, con un estro quasi fatale, il quale lo strascinò a sì prestamente meditarla ed a scrivere, che l'incominciò la mattina del santo Natale e finì ad ore ventuna della domenica di Pasqua di Resurrezione.

 

Nel qual tempo, essendo di està, egli si poneva al tavolino la sera, e la buona madre, risvegliatasi dal primo sonno e per pietà comandandogli che andasse a dormire, più volte il ritruovò aver lui studiato infino al giorno.

 

Dante, Paradiso, XII, 76-78:

spesse fïate fu tacito e desto

trovato in terra da la sua nutrice,

come dicesse: “Io son venuto a questo”.

 

Egli peccò nella collera, della quale guardossi a tutto poter nello scrivere; ed in ciò confessava pubblicamente esser difettuoso: che con maniere troppo risentite inveiva contro o gli errori d'ingegno o di dottrina o 'l mal costume de' letterati suoi emoli, che doveva con cristiana carità e da vero filosofo o dissimulare o compatirgli. Però quanto fu acre contro coloro i quali proccuravano di scemargliele, tanto fu ossequioso inverso quelli che di esso e delle sue opere facevano giusta stima, i quali sempre furono i migliori e gli più dotti della città.

 

Collera di Gesù che caccia i mercanti dal tempio (Marco, 11, 15-16)

 

FINALE con massima:

… godendo vita, libertà ed onore, si teneva per più fortunato di Socrate, del quale, faccendo menzione il buon Fedro, fece quel magnanimo voto:

cuius non fugio mortem, si famam assequar,

et cedo invidiae, dummodo absolvar cinis.