Corso di Letteratura
Italiana (prof. A. Battistini).
Materiale relativo al
seminario dantesco (dott. F. Ferretti).
Il testo della Commedia,
nell’ed. a cura di Giorgio Petrocchi (Firenze, Le Lettere, 1994), è scaricato
da:
http://www.bibliotecaitaliana.it/xtf/view?docId=bibit000019/bibit000019.xml&doc.view=print&chunk.id=0&toc.depth=1&toc.id=0
Il testo del Convivio, nell’ed. a cura di Franca Brambilla Ageno (Firenze, Le
Lettere, 1995), è scaricato da:
http://www.bibliotecaitaliana.it/xtf/view?docId=bibit001673/bibit001673.xml&doc.view=print&chunk.id=0&toc.depth=1&toc.id=0
Il testo del De
vulgari eloquentia, nell’ed. a cura di Pier Vincenzo Mengaldo
(Milano-Napoli, Ricciardi, 1996), è scaricato da:
http://www.bibliotecaitaliana.it/xtf/view?docId=bibit000018/bibit000018.xml&doc.view=print&chunk.id=0&toc.depth=1&toc.id=0
La traduzione italiana allegata, di Sergio Cecchin, si
legge in D. Alighieri, Opere minori,
II, Torino, Utet, 1986, ed è disponibile online: http://www.classicitaliani.it/dante/prosa/vulgari_ita.htm
Il testo e la traduzione dell’Epistola a Cangrande attribuita a Dante sono tratte dall’ed. a cura
di Enzo Cecchini, Firenze, Giunti, 1995.
De vulgari eloquentia II 4 (tragedia, commedia,
elegia).
Ante omnia ergo dicimus unumquenque debere materie
pondus propriis humeris coequare, ne forte humerorum nimio gravata virtute in
cenum cespitare necesse sit: hoc est quod Magister noster Oratius precipit cum
in principio Poetrie “Sumite
materiam” dicit.
Deinde in hiis que dicenda occurrunt debemus discretione
potiri, utrum tragice, sive comice, sive elegiace sint canenda. Per tragediam
superiorem stilum inducimus, per comediam inferiorem, per elegiam stilum
intelligimus miserorum. Si tragice canenda videntur, tunc assumendum est
vulgare illustre, et per consequens cantionem ligare. Si vero comice, tunc
quandoque mediocre quandoque humile vulgare sumatur: et huius discretionem in
quarto huius reservamus ostendere. Si autem elegiace, solum humile oportet nos
sumere.
Affermiamo dunque
anzitutto che ciascuno deve adeguare il peso della materia alle proprie spalle,
affinché non gli capiti di incespicare e cadere nel fango per avere troppo
preteso dalla loro forza: è questo che insegna il nostro maestro Orazio, quando
dice al principio della Poetica: Sumite materiam.
Dobbiamo poi distinguere
fra gli argomenti che ci si presentano e vedere se debbano essere cantati
tragicamente, comicamente o elegiacamente. Per tragedia indichiamo lo stile
superiore, per commedia quello inferiore; per elegia invece intendiamo lo stile
proprio dei miseri. Se dunque gli argomenti sembrano richiedere di essere
cantati tragicamente, si deve allora adottare il volgare illustre e
conseguentemente comporre una canzone. Se invece pare che si debbano cantare
comicamente, si assuma talvolta il volgare mediocre e talvolta l’umile (quanto
alla distinzione fra questi volgari, ci riserviamo di mostrarla nel quarto
libro di quest’opera). Se poi ci sembra di doverli cantare elegiacamente, è
opportuno che usiamo soltanto il volgare umile.
(trad. S. Cecchin).
Dante?, Epistola
XIII (a Cangrande della Scala), cap. X (spiegazione del titolo)
28. Libri titulus est:
‘Incipit Comedia Dantis Alagherii, florentini natione, non moribus’.
Ad cuius notitiam
sciendum est quod comedia dicitur a ‘comos’, villa, et ‘oda’, quod est cantus,
unde comedia quasi
‘villanus cantus’. 29. Et est comedia genus quoddam poetice narrationis, ab
omnibus aliis differens.
Differt ergo a tragedia, in materia per hoc, quod tragedia in principio est
admirabilis et quieta,
in fine seu exitu est fetida et horribilis; et dicitur propter hoc a ‘tragos’,
quod est hircus, et oda, quasi ‘cantus hircinus’, idest fetidus ad modum hirci;
ut patet per
Senecam in suis
tragediis. Comedia vero inchoat asperitatem alicuius rei, sed eius materia
prospere terminatur, ut
patet per Terentium in suis comediis. Et hinc consueverunt dictatores
quidam in suis
salutationibus dicere loco salutis, ‘tragicum principium, et comicum finem’.
30.
Similiter differunt in
modo loquendi: elate et sublime tragedia; comedia vero remisse et
humiliter; sicut vult
Oratius in sua Poetria, ubi licentiat aliquando comicos ut tragedos loqui, et
sic e converso:
Interdum tamen et vocem
comedia tollit,
Iratusque Chremes tumido
delitigat ore;
Et tragicus plerunque
dolet sermone pedestri
Telephus et Peleus etc.
31. Et per hoc patet,
quod comedia dicitur presens opus. Nam si ad materiam
respiciamus, a principio
horribilis et fetida est, quia Infernus, in fine prospera, desiderabilis et
grata, quia Paradisus;
ad modum loquendi, remissus est modus et humilis, quia locutio vulgaris,
in qua et muliercule
comunicant. 32. Sunt et alia genera narrationum poeticarum, scilicet carmen
bucolicum, elegia,
satira, et sententia votiva, ut etiam per Oratium patere potest in sua Poetria;
sed de istis ad presens
nihil dicendum est.
[28] II titolo del libro
è: 'Comincia la Commedia di Dante Alighieri, fiorentino di nascita, non di
costumi'. Per la sua comprensione si deve sapere che la commedia è detta così
da 'comos', villa, e 'oda', che vuoi dire canto, dunque commedia è quasi 'canto
villereccio'. [29] Ed è la commedia un genere di narrazione poetica che
differisce da tutti gli altri. Quanto all'argomento differisce dunque dalla
tragedia in ciò, che la tragedia all'inizio è assai gradevole e quieta e alla
fine o nell'esito fetida e orribile; e per questo trae il suo nome da
'tragos', che è il capro, e 'oda', quasi 'canto di capro', cioè fetido come il
capro; come si vede da Seneca nelle sue tragedie. Invece la commedia presenta
all'inizio una situazione perturbata, ma la sua vicenda si conclude
felicemente, come si vede da Terenzio nelle sue commedie. E da questo alcuni
dettatori hanno tratto la consuetudine di dire nelle loro salutazioni, al posto
dell'augurio di buona salute, 'principio tragico e fine comica'. [30] Similmente
differiscono nel modo dell'esposizione: la tragedia si esprime con linguaggio
altisonante e sublime, la commedia invece con linguaggio sommesso ed umile,
come vuole Orazio nella sua Arte Poetica, dove autorizza i comici ad esprimersi
talvolta come i tragici, e viceversa:
Ma ogni tanto la
commedia alza il tono
e Cremete adirato
inveisce con voce gonfia,
e nella tragedia spesso
si dolgono in forma dimessa
Telefo e Peleo...
[31] E pertanto è
evidente che la presente opera è detta Commedia. Infatti, se guardiamo
all'argomento, all'inizio essa è orribile e fetida, dato che si tratta
dell'Inferno, ma alla fine è prospera, desiderabile e gradita, dato che si
tratta del Paradiso; se guardiamo al modo di esprimersi, questo è dimesso ed
umile, poiché è linguaggio volgare, nel quale comunicano anche le donnette.
Così dunque è chiaro il perché sia detta Commedia. [32] Esistono anche altri
generi di narrazioni poetiche, come il carme bucolico, l'elegia, la satira e
il carme votivo, come si può anche vedere da Orazio nella sua Arte Poetica; ma
su ciò ora non è necessario dire nulla.
(trad. di E. Cecchini).
I brani della Commedia in cui
Dante allude al titolo e al genere del poema
[“Comedìa”]
Inf. XVI 124-132
Sempre
a quel ver c'ha faccia di menzogna
de' l'uom chiuder le labbra fin ch'el puote,
però che sanza colpa fa vergogna;
ma
qui tacer nol posso; e per le note
di questa comedìa, lettor, ti giuro,
s'elle non sien di lunga grazia vòte,
ch'i'
vidi per quell' aere grosso e scuro
venir notando una figura in suso,
maravigliosa ad ogne cor sicuro.
[“Comedìa” dantesca vs. “Tragedìa” virgiliana]
Inf. XXI 1-3
Così di ponte in ponte, altro parlando
che la mia comedìa cantar non cura,
venimmo; e tenavamo 'l colmo, quando…
Inf. XX 112-114
Euripilo ebbe nome, e così 'l canta
l'alta mia tragedìa in alcun loco:
ben lo sai tu che la sai tutta quanta.
[“Sacrato poema”]
Par. XXIII 61-63
e
così, figurando il paradiso,
convien saltar lo sacrato poema,
come chi trova suo cammin riciso.
[“Poema sacro”]
Par. XXV 1-9
Se
mai continga che 'l poema sacro
al quale ha posto mano e cielo e terra,
sì che m'ha fatto per molti anni macro,
vinca
la crudeltà che fuor mi serra
del bello ovile ov' io dormi' agnello,
nimico ai lupi che li danno guerra;
con
altra voce omai, con altro vello
ritornerò poeta, e in sul fonte
del mio battesmo prenderò 'l cappello;
Dante?, Epistola
XIII (a Cangrande della Scala), cap. XV (sul fine del poema).
[39] Finis totius et
partis esse posset et multiplex, scilicet propinquus et remotus; sed, omissa
subtili investigatione, dicendum est breviter quod finis totius et partis est
removere viventes in hac vita de statu miserie et perducere ad statum
felicitatis
[39] II fine del tutto e
della parte potrebbe essere molteplice, cioè vicino e lontano; ma, lasciando
da parte un'indagine minuta, va detto brevemente che il fine del tutto e della
parte è rimuovere i viventi in questa vita dallo stato d'infelicità e condurli
allo stato di felicità.
(trad. di E. Cecchini).
Le investiture profetiche nel “Purgatorio” e nel
“Paradiso”, risposta alla domanda formulata da Dante personaggio in Inf. II 31: “Ma io perché venirvi?”
1. Purg. XXXII 103-105 (Beatrice)
Però, in pro del mondo
che mal vive,
al carro tieni or li
occhi, e quel che vedi,
ritornato di là, fa che
tu scrive.
2. Purg. XXXIII 52-54 (Beatrice)
Tu nota; e sì come da me
son porte,
così queste parole segna
a' vivi
del viver ch'è un
correre a la morte.
3. Par. XVII 127-132 (Cacciaguida)
Ma nondimen, rimossa
ogne menzogna,
tutta tua visïon fa manifesta;
e lascia pur grattar
dov' è la rogna.
Ché se la voce tua sarà
molesta
nel primo gusto, vital
nodrimento
lascerà poi, quando sarà
digesta.
4. Par. XXI 97-99 (san Pier Damiani)
E al mondo mortal,
quando tu riedi,
questo rapporta, sì che
non presumma
a tanto segno più mover
li piedi.
5. Par. XXV 40- 46 (san Giacomo)
Poi che per grazia vuol
che tu t'affronti
lo nostro Imperadore,
anzi la morte,
ne l'aula più secreta
co' suoi conti,
sì che, veduto il ver di
questa corte,
la spene, che là giù
bene innamora,
in te e in altrui di ciò
conforte,
dì quel che ell’è […]
6. Par. XXVII 64-66 (san Pietro):
e tu, figliuol, che per
lo mortal pondo
ancor giù tornerai, apri
la bocca,
e non asconder quel
ch'io non ascondo.
Convivio, trattato
II, cap. 1 (i quattro livelli delle scritture).
Dico che, sì come nel primo
capitolo è narrato, questa esposizione conviene essere litterale ed allegorica.
E a ciò dare a intendere, si vuol sapere che le scritture si possono intendere
e deonsi esponere massimamente per quattro sensi.
L'uno si chiama litterale, e
questo è quello che [e questo è quello che non si stende più oltre che la
lettera de le parole fittizie, sì come sono le favole de li poeti. L'altro si
chiama allegorico], e questo è quello che si nasconde sotto 'l manto di queste
favole, ed è una veritade ascosa sotto bella menzogna: sì come quando dice
Ovidio che Orfeo facea colla cetera mansuete le fiere, e li arbori e le pietre a sé muovere: che vuol dire che lo
savio uomo collo strumento della sua voce faccia mansuescere ed umiliare li
crudeli cuori, e faccia muovere alla sua volontade coloro che non hanno vita di
scienza e d'arte; e coloro che non hanno vita ragionevole alcuna sono quasi
come pietre. E perché questo nascondimento fosse trovato per li savi, nel
penultimo trattato si mosterrà. Veramente li teologi questo senso prendono
altrimenti che li poeti; ma però che mia intenzione è qui lo modo delli poeti
seguitare, prendo lo senso allegorico secondo che per li poeti è usato.
Lo terzo senso si chiama
morale, e questo è quello che li lettori deono intentamente andare apostando
per le scritture ad utilitade di loro e di loro discenti: sì come apostare si
può nello Evangelio, quando Cristo salio lo monte per transfigurarsi, che delli
dodici Apostoli menò seco li tre: in che moralmente si può intendere che alle
secretissime cose noi dovemo avere poca compagnia.
Lo quarto senso si chiama
anagogico, cioè sovrasenso; e questo è quando spiritualmente si spone una
scrittura, la quale ancora che sia vera eziandio nel senso litterale, per le
cose significate significa delle superne cose dell'etternal gloria: sì come
vedere si può in quello canto del Profeta che dice che nell'uscita del popolo
d'Israel d'Egitto Giudea è fatta santa e libera: che avegna essere vero secondo
la lettera sia manifesto, non meno è vero quello che spiritualmente s'intende,
cioè che nell'uscita dell'anima dal peccato, essa sia fatta santa e libera in
sua potestate.
E in dimostrare questo, sempre
lo litterale dee andare innanzi, sì come quello nella cui sentenza li altri
sono inchiusi, e sanza lo quale sarebbe impossibile ed inrazionale intendere
alli altri, e massimamente allo allegorico […] Io adunque, per queste ragioni,
tuttavia sopra ciascuna canzone ragionerò prima la litterale sentenza, e
appresso di quella ragionerò la sua allegoria, cioè la nascosa veritade; e
talvolta delli altri sensi toccherò incidentemente, come a luogo e a tempo si
converrà.
Dante?, Epistola
XIII (a Cangrande della Scala), capp. VII-VIII (lettera e allegoria)
VII 20. Ad evidentiam
itaque dicendorum, sciendum est quod istius operis non est simplex sensus, ymo
dici potest polysemos, hoc est plurium sensuum; nam primus sensus est qui
habetur per litteram, alius est qui habetur per significata per litteram. Et
primus dicitur litteralis, secundus vero allegoricus, sive moralis, sive
anagogicus. 21. Qui modus tractandi, ut melius pateat, potest considerari in
hiis versibus: “In exitu Israel de Egypto, domus Iacob de populo barbaro, facta
est Iudea sanctificatio eius, Israel potestas eius”. Nam si ad litteram solam
inspiciamus, significatur nobis exitus filiorum Israel de Egypto, tempore
Moysis; si ad allegoriam, nobis significatur nostra redemptio facta per
Christum; si ad moralem sensum, significatur nobis conversio anime de luctu et
miseria peccati ad statum gratie; si ad anagogicum, significatur exitus anime
sancte ab huius corruptionis servitute ad eterne glorie libertatem. 22. Et
quamquam isti sensus mystici variis appellentur nominibus, generaliter omnes
dici possunt allegorici, cum sint a litterali sive historiali diversi. Nam
allegoria dicitur ab ‘alleon’ grece, quod in latinum dicitur ‘alienum’, sive
‘diversum’.
VIII 23. Hiis visis,
manifestum est quod duplex oportet esse subiectum circa quod currant alterni
sensus. Et ideo videndum est de subiecto huius operis, prout ad litteram
accipitur; deinde de subiecto, prout allegorice sententiatur. 24. Est ergo
subiectum totius operis, litteraliter tantum accepti, status animarum post
mortem simpliciter sumptus. Nam de illo et circa illum totius operis versatur
processus. 25. Si vero accipiatur opus allegorice, subiectum est homo prout
merendo et demerendo per arbitrii libertatem iustitie premiandi et puniendi
obnoxius est
VII [21] Per rendere ben
comprensibili le cose che si diranno occorre sapere che il senso di
quest'opera non è unico, anzi può essere definito polisemo, ossia di più
significati; infatti un primo significato è quello che viene prodotto per mezzo
della lettera, un altro è quello che viene prodotto per mezzo delle cose
significate dalla lettera. E il primo è chiamato letterale, ma il secondo
allegorico o morale o anagogico. [21] E tale modo di enunciazione, perché
risulti più chiaro, può essere preso in esame in questi versetti: «All'uscita
di Israele dall'Egitto, della casa di Giacobbe da quel popolo barbaro, la
Giudea divenne il suo santuario, Israele il suo dominio». Se infatti guardiamo
alla sola lettera, ci è enunciata l'uscita dei figli di Israele dall'Egitto al
tempo di Mosè; se all'allegoria, ci è enunciata la nostra redenzione prodotta
per mezzo del Cristo; se al senso morale, ci è enunciata la conversione
dell'anima dal lutto e dall'infelicità del peccato allo stato di grazia; se al
senso anagogico, ci è enunciata l'uscita dell'anima santa dalla schiavitù della
presente corruzione all'eterna libertà dello stato di gloria. [22] E come
questi sensi mistici vengono designati con diversi termini, possono tutti
essere detti in generale allegorici, dato che divergono dal senso letterale o
storico. Infatti si dice allegoria dal greco 'alleon', che in latino suona
'alienum' o 'diversum'.
VIII [23] Visto ciò, è
evidente che duplice deve essere un soggetto intorno al quale si sviluppino
due ordini di significato. E pertanto occorre definire il soggetto di
quest'opera in quanto presa alla lettera, poi il suo soggetto "in quanto
la si interpreti allegoricamente. [24] Dunque soggetto dell'intera opera presa
soltanto alla lettera è la condizione delle anime dopo la morte considerata in
generale; infatti il corso di tutta l'opera si svolge su di essa e intorno ad
essa. [25] Ma se l'opera è intesa allegoricamente, ne è soggetto l'uomo in quanto
acquistando meriti e demeriti per effetto del libero arbitrio è esposto alla
giustizia del premio e del castigo.
(trad. di E. Cecchini).